Come tutto ciò che fa Jannik Sinner che non sia una netta vittoria di una partita o di un torneo, possibilmente senza perdere un set, la decisione di saltare il Masters 1000 di Montreal 2026 ha creato un dibattito molto ampio, in grado di toccare temi diversi come lo stato di salute del numero uno del mondo, la sua passione nei confronti dello stesso sport e dei suoi record, la gestione del calendario da parte dell’ATP e paragoni con i campioni del passato.

Ripercorrendo alcuni di questi punti alla luce dei risultati dei primi due turni del Masters canadese e dei possibili problemi al ginocchio del numero uno del mondo, sorge spontaneo domandarsi se anche altri giocatori, e non solo Sinner, Novak Djokovic e Carlos Alcaraz, avrebbero giovato dallo staccare un po’ la spina. Infatti, per la prima volta dalla creazione del format, non ci saranno giocatori in top 6 della classifica ATP tra gli ultimi 32 rimasti in gara in un Masters 1000. Ma se in questo momento della stagione sono così tanti i top player a essere in riserva di energie fisiche e mentali, allora potrebbero non essere loro l’unico problema.

Gestione a lungo termine

Analizzando caso per caso, si può partire dalle assenze annunciate, lucidamente programmate. Sinner, Djokovic e Alcaraz hanno dichiarato per tempo che non sarebbero partiti per il Canada: Djokovic non ci gioca dal 2018, Sinner ha saltato la seconda edizione consecutiva, Alcaraz la terza. Se per lo spagnolo vale il delicatissimo problema al polso, per gli altri due si tratta di un discorso di programmazione: che sia per obbligato riposo, per la necessità di investigare problemi fisici sotto traccia (Sinner) o per preparare al meglio i Grand Slam senza togliere troppo tempo alla famiglia (Djokovic), le decisioni sulla programmazione di un tennista (libero professionista e gestore dei propri canali di comunicazione) sono spesso difficili da decifrare e motivate da situazioni di cui non si è a conoscenza. Per questo, in attesa di certezze, fidiamoci.

Picchi e valli

Discorso diverso per giocatori come Alexander Zverev e Flavio Cobolli, rispettivamente numeri due e quattro della Race ATP per Torino: entrambi sembrano stare bene fisicamente, stando alle loro dichiarazioni, ma il fisico non è l’unica cosa che deve girare al 100%. Come spiegato più volte dai campioni del passato e del presente, giocare tanto e ottenere grandi risultati in poco tempo è un’impresa prosciugante dal punto di vista fisico e mentale. Sia il tedesco che l’italiano vengono da grandissime emozioni Slam di cui una condivisa (finale Roland Garros 2026, vinta da Zverev), ottimi cammini a Wimbledon 2026 (rispettivamente finale e quarti di finale) e in generale una stagione di prime volte che ha fatto provare tante sensazioni nuove e forti. Non è sempre facile scendere con misura e tornare (metaforicamente) sulla terra a occuparsi della routine, producendo prestazioni costanti anche quando non ci si sta giocando la storia in uno Slam.

Mini off-season

Per molti giocatori questo periodo post-Wimbledon a cavallo tra luglio e agosto è un’occasione rimettere ordine nella propria stagione, creando una piccola ‘pausa attiva’ dalla stagione, come viene fatto di solito a dicembre, in off-season. In queste settimane in molti sono andati in vacanza, ma altri hanno dovuto riprogrammare il proprio futuro: Felix Auger-Aliassime, aldilà del problema alla schiena che lo ha costretto al ritiro, ha da poco interrotto il rapporto lavorativo con il suo storico allenatore Frederic Fontang, e si dovrà sicuramente abituare a un grosso cambiamento di vita quotidiana e di metodologie di allenamento. Anche Jiri Lehecka ha cambiato guida tecnica, ma il numero 8 del seeding è riuscito a sopravvivere al suo match di secondo turno.

Battere il ferro finché è caldo?

Come ha fatto (e pagato) Sinner scegliendo di proseguire la caccia ai Masters 1000 per chiudere il cerchio agli Internazionali d’Italia 2026, sia Taylor Fritz che Denis Shapovalov e Rafael Jodar hanno giocato finali ATP nella settimana precedente a Montreal, facendo sorgere un classico ma sempre interessante dibattito: quando un giocatore è in fiducia e in striscia vincente, bisogna battere il ferro finché è caldo, con il rischio di scoppiare o causare infortuni, o è più auspicabile avere il distacco per essere lungimiranti e centellinare gli sforzi nonostante l’entusiasmo accumulato? La risposta corretta ovviamente non esiste, ci sono atleti meglio o peggio attrezzati, più o meno abituati, più o meno giovani. Fritz, ‘Iron Man’ del circuito in grado di giocare più di 70 partite in ciascuna delle ultime tre stagioni nonostante i problemi al ginocchio, non è riuscito a gestire la finale da due giorni (causa maltempo) all’ATP 500 di Washington e ha perso in due set da Thiago Agustin Tirante. Shapovalov, sconfitto in finale all’ATP 250 di Los Cabos da Arthur Gea, si è dovuto ritirare nel terzo set contro Zach Svajda. L’unico superstite è Jodar, giovane, predestinato, in salute e competitivo: l’arrabbiatura tradita dai suoi occhi durante la premiazione nella capitale statunitense è stata utile per venire a capo di Corentin Moutet in tre set.

L’eccezione?

Alexander Bublik, non una sorpresa. Il motivo per cui il kazako detesta lo swing nordamericano è molto semplice, apprezzabile e perfettamente nel personaggio: il compleanno del figlio cade durante la settimana del Masters 1000 canadese.

Il Master dimenticato

I motivi della bassa partecipazione da parte dell’élite del tennis mondiale al Masters 1000 del Canada non è qualcosa di nuovo ma non è sempre stato così. Federer e Nadal (miglior Masters 1000 della sua carriera su questa superficie) lo hanno dovuto saltare spesso nella seconda parte di carriera, e l’ultima partita in Canada di Novak Djokovic risale al 2018 (ottavo di finale perso contro uno sbocciante Stefanos Tsitsipas). Sicuramente l’allungamento del format a 10 giorni, il cui incastro con il Masters 1000 di Cincinnati avviene addirittura a metà settimana, non ha aiutato, e i giorni tra Wimbledon e il Canada sono diminuiti: lo swing nordamericano, anche contando solo i tornei principali, non è mai stato così lungo e intenso, ma questo rimane uno dei momenti del calendario ATP meno allettanti per i giocatori, che vedono le settimane dopo Wimbledon come la prima occasione di staccare da dopo l’Australian Open, a febbraio. In questo caso ci si sono messi anche gli infortuni, ma urge un cambiamento strutturale che riporti questo storico torneo dall’albo d’oro paragonabile ad un Grand Slam (fino a poco tempo fa) ad avere l’appeal di un tempo.