Roger Federer è pronto per uno degli ultimi grandi riconoscimenti di una carriera irripetibile. Nella notte italiana tra sabato e domenica, alle 00:30, lo svizzero entrerà ufficialmente nella International Tennis Hall of Fame di Newport, insieme alla giornalista e commentatrice Mary Carillo. A poche ore dalla cerimonia, il venti volte campione Slam ha riflettuto sul proprio passato, sul rapporto ancora fortissimo con il tennis e su quello che potrebbe essere il suo ruolo futuro. E ha ribadito un concetto molto chiaro: non ci sarà alcun ritorno alle competizioni professionistiche.
Federer è arrivato a Newport dopo essere stato uno dei grandi protagonisti della settimana newyorkese. Sull’Arthur Ashe Stadium ha disputato un’esibizione insieme ad Andy Roddick, Andre Agassi e John McEnroe, poi si è trasferito nel Rhode Island, dove venerdì è tornato a giocare anche sull’erba durante il Celebrity Pro Classic della Hall of Fame.
«È uno dei più grandi onori che si possano ricevere nel tennis»
L’ingresso nella Hall of Fame provoca a Federer sensazioni differenti rispetto a qualsiasi titolo conquistato durante la carriera.
«È un onore enorme, uno dei più grandi che possiamo ricevere in questo sport. Credo che soltanto quando tutto sarà finito riuscirò veramente a spiegare quello che provo», ha raccontato.
Federer considera l’ingresso nella Hall of Fame quasi come la conclusione simbolica del proprio percorso agonistico.
«Sono molto emozionato e molto orgoglioso che questo sia l’anno della mia introduzione. È stato incredibile vedere quanto siano felici per me i tifosi, gli amici, le persone che hanno lavorato con me e tutti quelli che mi sono stati vicini».
Lo svizzero ha ammesso che durante la carriera non pensava particolarmente a questo riconoscimento. Oggi, invece, ne comprende pienamente il significato e spera che possa diventare un obiettivo anche per i giovani.
«Mi piacerebbe che un junior pensasse: voglio diventare numero uno del mondo, voglio entrare nella Hall of Fame».
In Europa la cultura delle Hall of Fame è meno radicata rispetto agli Stati Uniti, ma Federer apprezza soprattutto il lavoro svolto a Newport nel conservare la memoria del tennis e dei suoi campioni.
Federer e la pressione: «Volevo essere quella persona»
Uno dei temi centrali delle riflessioni di Federer riguarda il rapporto con la pressione.
Da ragazzo non immaginava certamente di vincere 20 Slam, 103 titoli ATP e trascorrere 310 settimane al numero uno del mondo. Ma aveva già una caratteristica fondamentale: gli piacevano i grandi palcoscenici.
«Mi sentivo un vincente abbastanza presto. Mi piaceva giocare sul Centrale. Preferivo il Centrale al campo 5 o al campo 18. Volevo essere quella persona».
Federer non ha cercato di fuggire dalla pressione: ha imparato ad accettarla.
«Credo di aver abbracciato la pressione. La volevo, anche se devo ammettere che dopo il ritiro è stato piacevole non doverla più affrontare».
Ricorda perfettamente anche il momento in cui diventò numero uno del mondo e percepì immediatamente che qualcosa era cambiato.
«Sentivo che le persone mi guardavano e mi trattavano in maniera diversa. Capii che la mia vita stava per cambiare. Non sempre in meglio, ma principalmente in meglio».
Secondo Federer, raggiungere la vetta è soltanto una parte della sfida. Poi bisogna imparare a rimanerci e, soprattutto, a ricominciare quando qualcosa va storto.
«Come torni dopo una sconfitta? Come risali a cavallo? Come torni dopo un’operazione? Ho imparato moltissimo attraverso quei momenti».
Nessun ritorno: «Quel capitolo è chiuso»
Il ritorno sull’Arthur Ashe e le immagini di Federer nuovamente con una racchetta in mano hanno inevitabilmente alimentato la fantasia dei tifosi.
Ma Roger è stato categorico.
Non tornerà a giocare nel circuito professionistico.
Il motivo è soprattutto fisico. Gli ultimi anni della sua carriera sono stati condizionati dai problemi al ginocchio e da diversi interventi chirurgici.
«Forse sarebbe diverso se il mio corpo fosse completamente in forma, se mi svegliassi pensando di poter ancora colpire la palla come prima. Ma il mio ginocchio ha attraversato molto ed è stanco. Si merita di riposare».
Federer sente di aver esplorato fino in fondo le proprie possibilità.
«Ho giocato praticamente fino a 40 anni. Ho spremuto quel limone fino in fondo e sapevo che alla fine era arrivato il momento».
E soprattutto non si riconosce nella figura del campione che annuncia il ritiro per poi cambiare idea.
«Non sono il tipo di persona che si ritira e poi torna. Credo di aver esplorato i miei limiti durante tutta la carriera. Adesso sono nel capitolo successivo della mia vita. Quello precedente è chiuso, e lo è in un buon modo».
«Amo ancora sentire la palla sulle corde»
A essere terminata è la carriera professionistica, non l’amore di Federer per il tennis.
Durante l’esibizione di New York alcuni amici gli hanno fatto notare un particolare: Roger sorrideva persino mentre giocava i punti.
«Mi hanno detto: stavi sorridendo mentre colpivi il diritto. Ho pensato che fosse una cosa positiva, perché significa che mi sto davvero divertendo».
Oggi può scegliere quando entrare in campo. Non esistono più classifiche, allenamenti obbligatori o tornei da preparare.
«Adoro ancora giocare. Amo la sensazione della palla sulle corde, vedere le traiettorie e quello che riesco a creare con la racchetta».
Federer ammette addirittura di preferire oggi palleggiare piuttosto che giocare veri punti.
«Mi piacciono le volée, lo slice, tutto ciò che richiede sensibilità. Non ho bisogno di colpire la palla con tutta la forza. Quello è meno divertente. Forse perché poi il corpo fa male», ha aggiunto sorridendo.
Il Federer del futuro: Laver Cup, giovani e forse televisione
Se il ritorno da giocatore è escluso, Federer non vuole però abbandonare il tennis.
Una possibilità concreta riguarda la Laver Cup.
«In futuro il ruolo di capitano è sicuramente qualcosa che potrei prendere in considerazione».
Più complicato, almeno nell’immediato, immaginarlo come allenatore di un grande giocatore.
«Adesso no. Sono troppo impegnato, i miei figli hanno bisogno della mia attenzione, ho molti progetti e mi piace la vita che ho con mia moglie. Non voglio cambiare tutto questo».
Ma aggiunge immediatamente: «Mai dire mai».
Federer conosce molto bene l’impegno necessario per essere un vero coach nel circuito.
«Se vuoi incidere realmente sulla carriera di un giocatore devi probabilmente essere presente per almeno 20-25 settimane all’anno. Devi anche essere disponibile se uno Slam o un torneo non va come sperato. È un impegno enorme».
C’è poi la televisione.
«Non lo so. Al momento sto molto bene senza commentare, ma magari un giorno potrei entrare occasionalmente in una cabina e vedere come mi trovo. Non ho programmi concreti».
Più forte è invece il desiderio di lavorare con i giovani.
«Mi piacerebbe sostenere gli junior e fare da mentore. Se Swiss Tennis, l’accademia di Rafa o altre realtà avessero bisogno del mio aiuto, sarei sempre disponibile ad ascoltare».
«Vorrei restituire qualcosa al tennis».
Australian Open 2017: la vittoria che non pensava di avere dentro
Tra i tanti ricordi riaffiorati a Newport c’è inevitabilmente la finale degli Australian Open 2017 contro Rafael Nadal.
Federer arrivava da sei mesi lontano dal circuito ed era sceso al numero 17 del mondo. Nel quinto set della finale si trovò sotto 3-1 contro il suo grande rivale.
Poi arrivò una delle rimonte più importanti della sua carriera.
«È stata una partita incredibile, una partita che non pensavo di avere dentro di me in quel momento».
Il contesto rendeva tutto ancora più difficile.
«Avevo avuto tante difficoltà contro Rafa nel corso degli anni. Sapevo quanto fosse forte nei momenti decisivi e nelle partite al quinto set».
Federer riuscì però a entrare in una sorta di zona perfetta nel finale.
Il successo fu anche il risultato di una preparazione molto particolare. Dopo l’infortunio al ginocchio aveva potuto allenarsi per circa due mesi e mezzo consecutivamente alla fine del 2016, un lusso praticamente impossibile durante una normale stagione.
«Credo dimostri che il lavoro in allenamento paga. Normalmente hai tre o quattro settimane, mentre allora ne ebbi due mesi e mezzo. Tutto quel lavoro pagò in maniera incredibile».
Federer considera quella finale e l’intero Australian Open 2017 tra i momenti più importanti di tutta la propria carriera.
Sinner e Alcaraz: «Vedremo fin dove potranno arrivare»
Federer osserva con particolare interesse anche il tennis contemporaneo e soprattutto la rivalità tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.
Negli ultimi anni i due hanno inevitabilmente generato paragoni con l’epoca dominata da Federer, Nadal e Djokovic.
Roger, però, invita alla prudenza.
«Non so se riusciranno a raggiungere i livelli di successo che abbiamo avuto noi. Saranno i numeri, in futuro, a dirlo. Devi giocare molto bene per moltissimo tempo».
Il talento non è sufficiente.
Servono continuità, salute e anche la capacità di adattarsi alla possibile comparsa di nuovi rivali.
«Se oggi sembra che abbiano pochi avversari, bisognerà vedere se emergeranno altri grandi giocatori, quanto sarà difficile continuare a vincere così spesso e soprattutto se riusciranno a rimanere lontani dagli infortuni».
Federer lo sa meglio di chiunque altro.
«La vita è imprevedibile e il tennis è duro».
Il lascito di Federer: non soltanto vittorie
Alla vigilia della Hall of Fame, il campione svizzero pensa sempre meno ai numeri e sempre più a quello che ha lasciato.
«Spero di aver rappresentato bene questo sport, che alle persone sia piaciuto vedermi giocare e che in futuro guardino ancora i miei highlights».
Ma il suo desiderio va oltre.
Federer vorrebbe essere ricordato anche per aver contribuito all’evoluzione del tennis: l’aumento dei montepremi, migliori condizioni per i giocatori, strutture più moderne e standard più elevati per tutto l’ambiente.
«Molti più giocatori oggi possono vivere grazie al tennis. Spero di aver contribuito anche io, in qualche modo, a spingere questo sport nella direzione giusta».
Poi c’è ciò che non compare nelle statistiche.
«Quando guardo quello che stanno facendo oggi Sinner e Alcaraz penso: “Wow, anch’io ero lì e facevo qualcosa di simile, su questi campi e con quella pressione”».
Adesso può guardare tutto da fuori, senza rimpianti.
«Sono felice di aver potuto vivere quella vita e spero di aver ispirato bambini e ragazzi a prendere una racchetta, fare sport e provarci. È stato un viaggio meraviglioso. Sono molto felice e orgoglioso».
Nella notte italiana Roger Federer entrerà ufficialmente nella Hall of Fame. Sarà l’ultimo grande riconoscimento per il giocatore che ha trasformato il tennis in qualcosa che, per milioni di appassionati, è andato ben oltre il semplice sport.
Il Federer tennista appartiene ormai alla storia. Quello che continuerà a dare al tennis, invece, potrebbe essere soltanto all’inizio.
