Djokovic, un’altra sfida alla storia agli US Open: «Sono pronto quanto posso esserlo». E sul futuro apre a nuovi progetti Novak Djokovic torna a New York con un unico grande obiettivo ancora davanti agli occhi: conquistare il 25° titolo del Grande Slam. A 39 anni il serbo continua a sfidare il tempo e arriva agli US Open 2026 in una situazione particolare: Jannik Sinner, uno degli avversari che maggiormente lo hanno ostacolato negli ultimi Slam, non sarà presente per infortunio, mentre Carlos Alcaraz rientra dopo oltre quattro mesi lontano dal singolare. Djokovic, però, non vuole costruire le proprie ambizioni sulle condizioni degli altri. Prima deve risolvere il problema principale: capire quanto il suo corpo possa ancora reggere sette potenziali partite al meglio dei cinque set.

Il Media Day di Flushing Meadows è diventato così l’occasione per parlare della preparazione, della sconfitta di Cincinnati, del documentario “The Wolf in Winter”, della longevità, del ritiro di Kei Nishikori e di quello che potrebbe fare in futuro per raccontare la propria esperienza.

«La sconfitta di Cincinnati mi ha dato il tempo di cui avevo bisogno»

L’ultimo test agonistico prima di New York non era andato come Djokovic avrebbe voluto. A Cincinnati il serbo era stato eliminato al secondo turno dall’argentino Thiago Agustin Tirante per 2-6 6-4 6-4, mostrando evidenti difficoltà fisiche soprattutto a causa del caldo e dell’elevata umidità.

Una sconfitta sorprendente, ma che Djokovic ha provato a trasformare in un vantaggio.

«Non mi piace perdere presto in nessun torneo, sinceramente, ma quella sconfitta mi ha dato il tempo necessario per prepararmi agli US Open nel modo migliore possibile».

Sono state due settimane preziose.

«Ho avuto il tempo per allenarmi veramente e portare corpo e mente nella condizione ideale per quello che mi aspetta».

Ma Djokovic conosce perfettamente la differenza tra allenarsi e affrontare una partita Slam sull’Arthur Ashe.

«Se mi chiedete se sono pronto, credo di sì. Sono pronto quanto posso esserlo. Ma allenarsi e uscire sull’Arthur Ashe per giocare al meglio dei cinque set sono due cose completamente differenti».

Il problema riguarda soprattutto i primi turni.

«Normalmente durante gli allenamenti non giochi partite di cinque set. Vedremo come andrà. Negli ultimi anni i primi incontri degli Slam sono diventati molto impegnativi per me. Spero di superare il primo ostacolo e poi costruire da lì».

Il primo avversario sarà Mariano Navone. Sulla carta Djokovic partirà nettamente favorito, ma per il serbo la priorità sarà evitare partite troppo lunghe che possano consumare energie preziose già nella prima settimana.

Il numero 25 ancora nella testa

Djokovic non vince un torneo dello Slam dagli US Open 2023, quando conquistò il Major numero 24 battendo Daniil Medvedev in finale.

Da allora il tennis ha cambiato padrone soprattutto grazie a Sinner e Alcaraz.

Nel 2025 Djokovic raggiunse la semifinale in tutti e quattro gli Slam, ma tre volte venne fermato proprio dai due giovani dominatori del circuito. A New York fu Alcaraz a eliminarlo in semifinale per 6-4 7-6(4) 6-2.

Il 2026 gli offre una nuova possibilità.

Sinner non c’è, Alcaraz rientra da un lungo stop e Djokovic continua a credere che, nei grandi tornei, la propria esperienza possa ancora permettergli di competere con chiunque.

L’interrogativo non riguarda quindi tanto il tennis quanto la resistenza fisica.

Il lupo d’inverno: «Questo potrebbe essere soltanto l’inizio»

Djokovic ha parlato a lungo anche del documentario “Novak Djokovic: The Wolf in Winter”, disponibile su Prime Video e diretto da Jason Hehir, lo stesso regista di “The Last Dance”, il celebre lavoro dedicato a Michael Jordan e ai Chicago Bulls.

Per Djokovic è stata un’esperienza completamente nuova.

«Sono orgoglioso di essere riuscito a presentare al mondo la mia storia per la prima volta in questo formato. Sono serviti diversi anni per completare il progetto».

Un lavoro particolarmente delicato perché le telecamere hanno avuto accesso anche alla sua dimensione privata.

«Non sono abituato ad avere telecamere dentro casa, quando sono con la mia famiglia. Non sono abituato ad avere qualcuno all’interno della nostra quotidianità che mi faccia domande profonde sulla mia mentalità e sulla mia vita personale».

Proprio questa difficoltà, però, ha permesso al pubblico di osservare un Djokovic differente rispetto al personaggio visto per vent’anni sui campi da tennis.

«Aprirmi e creare lo spazio necessario per rispondere a tutto questo è stato difficile, ma ho capito che probabilmente era anche il modo migliore per raccontare la mia storia nella maniera più autentica possibile».

E il progetto potrebbe non terminare qui.

«Sento che questo è soltanto l’inizio. Mi piacerebbe approfondire molti altri temi».

Il documentario dura circa 90 minuti e Djokovic ammette che molte parti della propria storia sono inevitabilmente rimaste fuori.

«Ci sono tantissime cose che possono e che voglio condividere con il pubblico. In 90 minuti era molto difficile condensare tutto. Molti aspetti sono rimasti fuori oppure hanno ricevuto pochissimo spazio».

Da qui l’idea di poter tornare in futuro davanti alle telecamere.

«Sono aperto a farlo ancora, magari con un formato diverso, forse una serie».

Il segreto della longevità: Djokovic già aiuta altri sportivi

A 39 anni Djokovic continua a competere con giocatori che in alcuni casi hanno quasi vent’anni meno di lui.

La longevità è stata uno dei grandi segreti della sua carriera e il serbo ha spiegato di condividere già da tempo parte delle proprie conoscenze con altri atleti.

Non soltanto tennisti.

«Lo faccio da diversi anni direttamente con gli sportivi. Uso proprio la parola sportivi perché alcuni di quelli che mi hanno contattato arrivano da altre discipline».

Djokovic non vuole rivelare nomi per rispetto della loro privacy, ma ammette che si tratta di un dialogo continuo.

«A volte sono io a dare consigli, altre volte sono io a chiederli. Credo che parlare con altri atleti possa insegnarti tantissimo».

Il serbo vuole trasformare in futuro questa filosofia in qualcosa di più strutturato.

«Stiamo lavorando per condividere questo metodo e questa filosofia. Arriverà in futuro».

Un progetto che potrebbe diventare particolarmente interessante quando Djokovic deciderà di chiudere definitivamente la carriera.

Ventesimo US Open, ma un ricordo da correggere

Quella del 2026 sarà la 20ª partecipazione di Novak Djokovic agli US Open.

Un numero impressionante che conferma una longevità fuori dal comune.

Durante il Media Day il serbo ha ricordato di appartenere a una generazione ormai quasi completamente scomparsa dal circuito e ha citato Stan Wawrinka e Gaël Monfils tra i giocatori presenti a New York già all’inizio della sua avventura.

C’è però un dettaglio da correggere nel ricordo di Djokovic: il suo primo US Open non fu nel 2006, ma nel 2005.

E il destino volle che proprio al primo turno incontrasse Gaël Monfils.

Djokovic vinse quella partita dopo cinque set con il punteggio di 7-5 4-6 7-6 0-6 7-5.

Ventuno anni dopo sono ancora entrambi presenti a Flushing Meadows.

«Sono molto orgoglioso. Avere una carriera lunga è sempre stato uno dei miei obiettivi quando ero più giovane. Volevo avere tante possibilità negli Slam e rimanere sano il più a lungo possibile».

La longevità non è quindi arrivata casualmente: era parte del progetto costruito fin dall’inizio.

«È bello poter tornare indietro nel tempo. E adesso siamo ancora qui, vent’anni dopo, a combattere e a rappresentare la vecchia generazione», ha scherzato.

Le parole per Nishikori: «Uno dei giocatori più talentuosi che abbia affrontato»

Djokovic ha dedicato anche parole molto belle a Kei Nishikori, che proprio a New York ha disputato l’ultimo Slam della carriera.

Il giapponese è stato eliminato nell’ultimo turno delle qualificazioni da Rei Sakamoto e chiuderà definitivamente la propria avventura professionistica dopo il torneo di Tokyo.

Djokovic conosce molto bene Nishikori.

I due si sono affrontati numerose volte e proprio agli US Open 2014 il giapponese firmò una delle più grandi vittorie della propria carriera eliminando Novak in semifinale.

«Ho detto molte volte che Kei è uno dei giocatori più talentuosi che abbia mai affrontato e che abbia visto giocare».

Djokovic ha ricordato soprattutto la rapidità negli spostamenti.

«Aveva un gioco di gambe incredibile, era velocissimo ed era molto naturale per lui giocare aggressivo vicino alla linea di fondo».

E quella qualità rimaneva praticamente invariata su ogni superficie.

«Riusciva a giocare con la stessa velocità e la stessa precisione praticamente ovunque. Era un avversario durissimo».

L’unico vero rimpianto riguarda gli infortuni.

«È un peccato che abbia sofferto così tanto fisicamente durante la sua carriera. Sono convinto che avrebbe ottenuto ancora più successi se fosse riuscito a rimanere sano in alcuni momenti».

Djokovic ha concluso rendendo omaggio all’impatto avuto da Nishikori in Giappone.

«Ha fatto la storia del tennis giapponese e dello sport del suo Paese. La sua famiglia e tutti i giapponesi devono essere molto orgogliosi di quello che ha fatto».

Djokovic e l’ultima grande sfida

Il serbo continua a ripetere di non voler stabilire in anticipo quando arriverà il momento di fermarsi.

Il corpo gli manda segnali molto diversi rispetto a quelli di dieci anni fa, ma la motivazione non è ancora scomparsa.

Ed è questo, probabilmente, il tema principale raccontato anche dal suo documentario: perché continuare quando hai già vinto tutto?

La risposta si trova proprio negli US Open.

Djokovic possiede 24 titoli del Grande Slam. Il numero 25 gli permetterebbe di staccare definitivamente Margaret Court e di diventare il primatista assoluto dei titoli Major in singolare.

Sinner, uno degli ostacoli più difficili degli ultimi anni, non sarà presente. Alcaraz arriva a New York dopo oltre quattro mesi senza giocare un incontro di singolare. Ma ci sono Zverev, Fils, Shelton, Medvedev e una nuova generazione che non ha alcuna intenzione di lasciare spazio al passato.

E soprattutto c’è il limite più difficile da battere: quello del proprio corpo.

Djokovic lo sa perfettamente.

«Se mi chiedete se sono pronto, credo di sì. Sono pronto quanto posso esserlo».

A 39 anni forse non esiste risposta più realistica.

Il resto dovrà dirlo il campo. E se Novak Djokovic riuscirà ancora una volta a trovare il modo di sopravvivere alle due settimane più dure del tennis, New York potrebbe diventare il luogo in cui “Il lupo d’inverno” scriverà il capitolo numero 25 della sua leggenda.