Novak Djokovic si presenta allo US Open 2026 con un traguardo che racconta meglio di molti altri la longevità della sua carriera: a New York giocherà per la ventesima volta, un risultato frutto di un lavoro partito da lontano. Il serbo ha ricordato come la continuità fosse già un obiettivo quando era agli inizi: “La longevità è sempre stata uno dei miei obiettivi quando ero più giovane, per cercare di avere una carriera lunga, avere più possibilità di giocare gli Slam e rimanere abbastanza in salute da poter competere per quanti più anni possibile”. Un percorso iniziato nel 2005, quando affrontò proprio Gael Monfils al primo turno: “Ed eccoci qui, vent’anni dopo, siamo ancora entrambi qui a lottare e a rappresentare la vecchia generazione”. E poi ancora: “Ho visto che siamo in tre ad aver giocato questo torneo nel 2006. C’erano Stan Wawrinka e Monfils. È bello tornare indietro nel tempo”.

Una storia ancora da raccontare

A New York Djokovic arriva anche dopo aver aperto una finestra inedita sulla propria carriera con The Wolf in Winter, il documentario realizzato con Amazon Prime. Un’esperienza che il 24 volte campione Slam considera soltanto un primo passo: “Sono orgoglioso di poter presentare al mondo la mia storia e di farlo per la prima volta in questo formato”. I novanta minuti, però, non sono bastati per raccontare tutto: “Era davvero difficile riuscire a condensare tutto e provare a raccontare l’intera storia. Molte cose sono state lasciate fuori o hanno avuto pochissimo spazio nel documentario”.

Il risultato sembra avergli fatto venire voglia di andare oltre: “Personalmente penso che questo sia solo l’inizio. Mi piacerebbe approfondire molti argomenti diversi”. Djokovic ha poi lasciato intendere che potrebbero arrivare nuovi contenuti dedicati alla sua carriera, magari con una struttura differente: “Forse un progetto diverso, come una serie. C’è molto che può e voglio condividere con il pubblico”. Una prospettiva che sembra già essere in cantiere: “Sì, assolutamente. Ci stiamo lavorando. Arriverà nel prossimo futuro”.

Il metodo Djokovic

La longevità non è arrivata soltanto attraverso il talento, ma anche attraverso un sistema costruito nel corso degli anni per adattarsi alle esigenze del suo corpo. In un tennis nel quale gli infortuni sembrano essere sempre più frequenti, Djokovic ha raccontato di aver già condiviso metodi, tecniche e conoscenze sulla preparazione fisica con altri atleti: “Lo faccio da anni direttamente con gli atleti”. E non soltanto con i colleghi tennisti: “Dico volutamente atleti, perché mi contattano anche sportivi di discipline diverse”.

Un rapporto basato anche sulla disponibilità a imparare dagli altri: “Che sia io a condividere oppure io a chiedere consigli, indicazioni e semplicemente a confrontarmi con altri atleti, penso che si possa sempre imparare. È una mentalità aperta che ho”. Anche questo aspetto potrebbe presto diventare materiale per un progetto più strutturato: “Vorrei condividere tutto questo in maniera più organizzata, attraverso diversi formati media, o un libro“.

Prepararsi allo US Open

L’avvicinamento di Djokovic a New York è stato favorito anche da una circostanza che, in altre fasi della carriera, avrebbe considerato negativa. L’eliminazione precoce al Masters 1000 di Cincinnati contro Thiago Tirante gli ha infatti lasciato quasi due settimane per prepararsi allo Slam: “Non mi piacciono le sconfitte premature, a dire il vero, ma questa mi ha dato il tempo di prepararmi nel modo più adeguato allo US Open”. Un periodo utilizzato per rimettere tutto a punto: “Ho avuto il tempo per allenarmi davvero e portare il mio corpo e la mia mente nello stato giusto”.

Il passaggio dall’allenamento alla competizione, però, resta un’incognita: “Se mi chiedete se sono preparato, sento di esserlo, il più possibile. Ma allenarsi è diverso dal giocare sull’Arthur Ashe Stadium e disputare una partita al meglio dei cinque set. Normalmente non si gioca al meglio dei cinque durante gli allenamenti”. Il primo ostacolo sarà Mariano Navone, contro cui Djokovic debutterà nel torneo. Il quattro volte campione del torneo conosce bene il peso dei primi giorni a New York: “Le partite d’esordio sono sempre state piuttosto complicate per me, soprattutto negli ultimi anni. Spero di superare il primo ostacolo e costruire da lì”.

Il ritiro di Nishikori

Tra i giocatori che stanno vivendo il loro ultimo US Open, oltre a Wawrinka, c’è anche Kei Nishikori, che ha deciso di concludere la propria carriera al termine della stagione. Djokovic ha parlato del giapponese con parole particolarmente positive, ricordandolo come uno degli avversari più pericolosi che abbia mai incontrato: “Ho detto molte volte in passato che Kei è uno dei giocatori più talentuosi che abbia affrontato e che abbia visto giocare”.

Nole ha poi mostrato il suo acume tecnico, come sta facendo sempre più spesso in questa fase finale di carriera: “Aveva un gioco di gambe incredibile, era velocissimo, si trovava a suo agio nell’essere aggressivo e nel giocare vicino alla linea, con la stessa velocità, precisione e qualità su tutte le superfici“. Un talento che, secondo Djokovic, avrebbe potuto ottenere ancora di più senza i problemi fisici che ne hanno condizionato la carriera: “Era un avversario molto difficile da affrontare. È un peccato che abbia avuto così tanti problemi con gli infortuni. Sono sicuro che avrebbe raggiunto ancora più traguardi se fosse stato un po’ più sano nel corso della sua carriera“.

Nishikori lascia dunque un’eredità importante: “Ha fatto la storia del tennis e dello sport giapponese. Lui, la sua famiglia e tutte le persone che gli sono state vicine dovrebbero essere orgogliosi di tutto quello che ha ottenuto”.