Alla soglia dei 30 anni, Sascha Zverev mette a segno la sua migliore stagione in carriera

È ormai questione di un paio di settimane, o poco più: nel prossimo mese di novembre, a quasi trent’anni, Alexander Zverev diventerà il trentesimo numero 1 ATP e il ventesimo giocatore a chiudere la stagione in vetta al ranking. Certo, Sascha ha beneficiato degli infortuni che in questo 2026 hanno colpito alternativamente i dioscuri Alcaraz e Sinner, ma non si può non riconoscere la sua perseveranza: da una decina d’anni sempre ai vertici della classifica, sebbene mai al top, ha atteso il suo momento e, nella piena maturità, ha conosciuto la stagione più prestigiosa della sua carriera, inanellando due trionfi Slam.

Scriveva un altro grande tedesco, Nietzsche: “Gli anni dai venti ai trenta: ardenti, molesti, tempestosi, lussureggianti, stancanti, in cui si loda il giorno a sera, quand’è finito e ci si asciuga la fronte: anni in cui il lavoro ci sembra duro, ma necessario. Questi anni sono l’estate della vita”. Alle soglie dei trenta, per l’appunto, Zverev sta conoscendo la sua luminosa estate agonistica, dopo numerose frustrazioni dovute al crepuscolo di Roger, Rafa e Nole e all’alba di Carlitos e Jannik. Senza dimenticare la sua costante lotta con il diabete e il terribile infortunio alla caviglia patito al Roland Garros del 2022, quando stava giocando alla pari con Nadal sul suo campo.

D’altra parte, per tornare in terreno biblico, questo si è potuto scrivere niente meno che del rabbi di Nazaret, nell’introdurre lapidariamente la sua vita pubblica: “Gesù, quando cominciò, aveva circa trent’anni”. E non, come recita una traduzione pia e accomodante: “Quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni”. No, è proprio a trent’anni che si (ri)comincia, e lascio a chi sta leggendo di verificarlo sulla propria esistenza. Non a caso anche Davide aveva trent’anni quando divenne re…

Se mi è concessa un’ulteriore scorribanda nella foresta dei simboli biblici, proprio il Salmo 30 dipinge con toni indimenticabili “l’altalena esistenziale” di un uomo che, dopo un grave pericolo, che lo ha sprofondato in regioni infernali, riemerge alla vita nella sua pienezza. Al cuore della narrazione della sua vicenda, costui ha la forza di esclamare: “Alla sera è ospite il pianto, ma al mattino ecco l’esultanza!”. Un ricominciare che anche a noi può essere dato in ogni alba, dopo ogni notte e comunque la notte sia trascorsa.

Non so se Zverev abbia tempo per questi ragionamenti, ma gli dedico con simpatia – soprattutto dopo la sua toccante e “umanizzante” dedica alla madre al termine della finale vinta agli ultimi US Open – queste brevi divagazioni biblico-tennistiche. Che non possono non concludersi con le parole del sapiente Qohelet, il quale tante volte ci ha fatto compagnia: “Non basta essere veloci per vincere la corsa, né forti per vincere la battaglia, né sapienti per guadagnarsi un po’ di pane, né intelligenti per procurarsi un po’ di ricchezza, né accorti per ottenere il favore popolare, perché il tempo e la sorte entrano in ogni cosa”. Su un campo da tennis, come nella vita.