Andrea Vavassori è un doppista professionista, a tutto tondo. Oltre a far parte di una delle migliori coppie del mondo degli ultimi anni insieme a Simone Bolelli, il torinese sente una responsabilità anche fuori dal campo. La sua specialità è sotto attacco, e non da poco: il doppio fa fatica a auto-alimentarsi a livello economico, e l’ATP sembra decisa a chiudere il rubinetto che perde. Allo stesso tempo, però, al di là di qualche intervento sul punteggio e su qualche regola minore, la dirigenza del circuito maschile non sembra aver mai provato davvero a investire nella specialità, cercando di valorizzarne il potenziale sportivo e d’intrattenimento.
È soprattutto su questo tema che Vavassori si è soffermato in un intervista rilasciata a Fanpage: “La promozione è sempre rimasta uguale, più o meno. Non c’è stato un cambiamento di tipo positivo sul marketing, sulla promozione, su quello di cui abbiamo parlato anche tempo fa”.
l futuro del doppio
Vavassori guarda con preoccupazione alle ipotesi sul tavolo proposte dall’ATP per il 2028. “Nella visione che hanno, entro due anni vorrebbero cambiare alcune cose sul doppio e quindi stiamo cercando di avere una conversazione attiva con l’ATP per far sì che non ci siano cambi in negativo, ma in positivo perché da quello che passa dal loro messaggio, è più una riduzione che è un miglioramento”.
Tra le ipotesi ci sarebbero una riduzione del prize money e del numero di coppie. “Si parla di riduzione del prize money, riduzione delle coppie. Però non c’è un progetto ancora. Al momento quello che so è che non ho visto ancora un progetto volto a migliorare il discorso della promozione, del marketing e renderlo più attrattivo. C’è stato più un discorso su: ‘Come faccio a risparmiare soldi togliendo soldi al doppio?’”.
Una situazione che, secondo Vavassori, rischia di creare una contrapposizione tra le due specialità: “A me non è piaciuto tanto come si è messa la situazione, perché è come se si fosse creata una spaccatura tra i giocatori di doppio e i singolaristi”.
Soldi al singolare
Il punto più delicato riguarda la distribuzione economica. “I soldi che si tolgono al doppio, nella formula che pare in atto, non verrebbero reinvestiti in qualcos’altro, come il miglioramento del prodotto: verrebbero solamente spostati al singolo”, spiega Vavassori.
L’ipotesi discussa porterebbe la ripartizione dall’attuale 80%-20% fino al 90%-10%: “Quindi si parlava di passare dalla percentuale attuale a una estrema. Si parla solo di prize money. Senza considerare che il singolare ha anche il bonus pool, profit sharing e sono tanti altri soldi che il doppio non ha”.
Il giocatore italiano contesta anche la rappresentazione economica della categoria: “A me proprio non piace come lo stanno impostando. Siamo già comunque una minoranza ed è brutto che si dica: «I doppisti guadagnano troppo», quando in realtà, se tu guardi i ricavi, forse i primi dieci hanno degli ottimi guadagni, ma quelli indietro, con le spese e tutto, hanno dei guadagni normali”.
E ammette la propria frustrazione: “Non hanno dei ricavi allucinanti. Sono frustrato un po’ per il modo in cui è stata gestita. Mi dispiace”.
Marketing sottovalutato
Per Vavassori, prima ancora di ridurre il prodotto bisognerebbe lavorare sulla sua valorizzazione. “No, in realtà abbiamo fatto passi indietro, non avanti, purtroppo. La promozione è sempre rimasta uguale, più o meno. Non c’è stato un cambiamento di tipo positivo sul marketing, sulla promozione, su quello di cui abbiamo parlato anche tempo fa”.
Il ragionamento parte dalla necessità di raggiungere un pubblico più ampio: “Penso che al giorno d’oggi ormai giri tutto intorno a quello. Fai un bel lavoro di marketing, di promozione e raggiungi più persone. In questo modo viene valorizzato anche lo sport che vendi. Tanto dipende anche dalla percezione che crei”.
Secondo il piemontese, il problema riguarda anche il modo in cui il doppio viene raccontato: “Se vendi già l’evento come se fosse un evento di seconda fascia, la narrativa è già una narrativa che difficilmente diventa positiva e raggiunge una fascia di pubblico. Quindi si vendono male gli stessi protagonisti della disciplina”.
Il ruolo nel Player Advisory Council
Vavassori è coinvolto direttamente nel confronto con l’ATP attraverso il Player Advisory Council, un ruolo che definisce complesso: “È un ruolo comunque difficile perché appunto è un Player Advisory Council dove ci vengono date le informazioni sui futuri movimenti che l’ATP farà e noi possiamo consigliare i board members sui cambiamenti e sulle decisioni da prendere”.
Il potere decisionale, però, resta all’interno dell’ATP: “Però diciamo che non sono decisioni nostre, dei giocatori. Noi consigliamo, cerchiamo di convincere i board members a prendere le decisioni giuste verso i giocatori. Ripeto, è un incarico comunque complesso”.
Il problema, secondo lui, è ciò che rischia di essere ignorato quando si guarda soltanto al numero dei giocatori: “Alla fine i doppisti sono comunque gente che ha fatto tanti sacrifici uguali, che magari ha fatto una scelta di carriera, che ha comunque coach, fisioterapisti, allenatori che paga. Quindi non c’è solo un intero movimento di giocatori, c’è anche un intero movimento di accademie, di allenatori, di preparatori”.
E c’è anche una dimensione olimpica: “E il doppio è una disciplina olimpica, cioè ci sono tante cose dentro. E una volta che tu lo svilisci in quel modo lì, perché se tu passi al 90%-10%, lo svilisci”.
Il paradiso del tennis
Il quadro italiano, invece, viene descritto da Vavassori in termini positivi. “Assolutamente. In Italia devo dire che, a parte che c’è molto sostegno sul doppio, c’è molto sostegno sul tennis in generale. Jannik è stato un traino per tutti quanti e ha messo in luce proprio il nostro sport”.
Anche i successi della nazionale hanno contribuito: “E poi sono anni che la gente si è appassionata, adesso seguono tutti, cioè sentiamo il sostegno verso tutti quanti. Poi anche il fatto di aver vinto tre Coppe Davis di seguito ha creato comunque una generazione vincente. Quindi siamo tutti molto carichi”.
Per Vavassori c’è anche un traguardo personale da celebrare: “Anche il fatto di poter molto probabilmente partecipare per la terza volta alle Finals insieme a Simone è una cosa comunque di cui andiamo orgogliosi”.
Il valore del doppio e l’esempio di Bob
Il discorso sul doppio si inserisce, secondo Vavassori, in una riflessione più ampia sul valore del tennis. “Secondo me è uno sport che ha in alcuni valori suoi i punti di forza, cioè i cinque set. Se ti piace il tennis non puoi pensare di accorciare. È proprio bello, sono proprio belle queste battaglie qui”.
Fisicità e componente mentale sono parte integrante dello spettacolo: “Il fatto che sia uno sport molto fisico, molto duro, molto mentale, cioè è una delle peculiarità del tennis. Secondo me, se mettessi le partite da cinque set a tre set, non ci sarebbe più questa epica che c’è invece in alcune finali”.
E gli esempi che restano nella memoria sono proprio quelli delle grandi battaglie: “Alla fine, quando tu parli di tennis, ti ricordi delle finali di Nadal e Federer a Wimbledon, di Djokovic e Nadal all’Australian Open, di Sinner contro Alcaraz a Parigi. Quindi ti ricordi l’epica, queste battaglie impressionanti in cui si portano il fisico e la mente al limite”.
A chiudere il ragionamento è il consiglio ricevuto da Bob Bryan, da sempre protagonista insieme al gemello Mike nella battaglia per la difesa del doppio: “C’è una cosa che mi ha detto Bob Bryan. Loro sono famosi e oltre al fatto di essere due campioni del doppio, hanno vinto 16 Slam e 100 titoli, sono famosi perché nel 2005 hanno portato avanti una battaglia, perché in quel periodo lì si voleva smantellare il doppio. E loro hanno lottato, con un movimento che si chiama “Save the Doubles”, hanno lottato per far sì che invece il doppio rimanesse. Ci sono riusciti”.
Il messaggio ricevuto da Bryan è diventato per Vavassori una sorta di principio guida: “E quando ho parlato con loro c’è stata una chiacchierata molto importante per me. Quello che mi ha detto lui è: «Voi dovete riuscire a lasciare il doppio meglio di come l’avete preso». E secondo me la direzione che stiamo prendendo non lo migliora, cioè lo peggiorerà. E noi ci stiamo ispirando a loro”.
