Alexander Zverev ha finalmente completato il proprio percorso di riconciliazione con New York. Sei anni dopo la dolorosissima finale persa contro Dominic Thiem, nella quale si trovò avanti di due set, il tedesco ha conquistato il suo primo titolo agli US Open, superando Ben Shelton con il punteggio di 6-3, 7-6(2), 5-7, 6-2.

Per il 29enne di Amburgo si tratta del secondo titolo del Grande Slam, dopo quello ottenuto al Roland Garros pochi mesi prima. Zverev diventa così il secondo tennista tedesco dell’era Open a trionfare nel singolare maschile a Flushing Meadows dopo Boris Becker, campione nel 1989.

Il numero due del mondo ha condotto la finale per lunghi tratti, contenendo la potenza di Shelton e sfruttando la maggiore solidità negli scambi. L’americano è riuscito a riaprire l’incontro conquistando il terzo set, ma Zverev ha reagito immediatamente, strappandogli due volte il servizio nel quarto parziale e impedendogli di interrompere l’attesa del tennis maschile statunitense, ancora senza un campione Slam dal successo di Andy Roddick agli US Open 2003.

Zverev: «In questo momento forse sono il migliore»

Uno degli argomenti principali affrontati nella conferenza stampa del nuovo campione ha riguardato il confronto con Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Il tedesco ha vinto due dei quattro Slam disputati nel 2026, ma non ha nascosto quanto gli infortuni dei due grandi rivali abbiano modificato gli equilibri della stagione.

Alla domanda se si considerasse in questo momento il miglior giocatore del mondo, Zverev ha risposto con grande sincerità: «Non so bene come rispondere. Bisogna tenere in considerazione tutto. Con Jannik Sinner infortunato e Carlos Alcaraz appena rientrato dopo quattro mesi di stop, in questo preciso momento probabilmente sì».

Il tedesco ha però ridimensionato immediatamente la propria affermazione: «Se entrambi fossero in salute e al massimo della condizione, forse no. Quattro o cinque mesi fa, quando stavano bene, non ero il migliore. Contro Jannik perdevo continuamente. Se tutti sono in salute, credo che Sinner sia ancora davanti. È così semplice».

Una valutazione realistica, che non toglie valore alla sua stagione. Zverev ha saputo approfittare delle occasioni offerte dal tabellone e dalle difficoltà dei rivali, mostrando quella continuità che per anni gli aveva permesso di restare ai vertici senza però conquistare un Major. Nel 2026, invece, il tedesco ha trasformato la regolarità in vittorie pesanti.

Vince gli US Open, ma non se ne accorge

Il momento più curioso della finale è arrivato proprio sull’ultimo punto. Dopo l’errore di Shelton, Zverev non ha festeggiato e si è preparato a giocare nuovamente, convinto che la partita non fosse ancora terminata. Solo dopo alcuni secondi ha compreso di essere diventato campione degli US Open.

«Ero totalmente dentro la partita – ha spiegato –. Non sentivo alcun rumore. Mi trovavo in una specie di tunnel nel quale non riuscivo ad ascoltare assolutamente nulla. Con il pubblico che faceva così tanto rumore era impossibile sentire il giudice di sedia, quindi non ho capito se avesse detto “game” oppure “match”».

La spiegazione è stata ancora più sorprendente: «Alla fine credo di aver semplicemente dimenticato il punteggio. Pensavo di essere avanti 5-1 invece che 6-2. Sapevo di avergli tolto il servizio due volte e pensavo: “Adesso avrò un tranquillo turno di battuta, poi probabilmente mi verrà un po’ di tensione”. Gli allenatori dicono sempre di dimenticare il punteggio: io l’ho dimenticato davvero e, evidentemente, mi ha aiutato».

Quando si è finalmente reso conto di aver vinto, Zverev ha alzato le braccia e ha potuto liberare tutta la tensione accumulata durante il torneo. Un’esultanza ritardata, ma ancora più particolare per un giocatore che sei anni prima aveva visto sfumare il titolo proprio quando sembrava ormai vicino al traguardo.

«Il mio tennis nasce dal duro lavoro»

Il nuovo campione ha poi rivendicato il percorso costruito nel corso degli anni, sottolineando di non considerarsi un talento naturale paragonabile ad altri protagonisti del circuito.

«Credo di essere tra i migliori, non c’è dubbio. L’ho già detto in passato: non penso di essere il giocatore più talentuoso e non credo di possedere quel tipo di talento naturale che hanno altri. La maggior parte del mio tennis deriva dal duro lavoro, dalle tante ore trascorse in campo, in palestra e nella preparazione fisica. È così che ho costruito il mio gioco».

Zverev ha utilizzato anche l’esempio di Shelton per spiegare quanto il talento debba essere accompagnato dalla dedizione: «Ben ha un talento enorme, ma lavora anche tantissimo. Vedi continuamente lui e suo padre allenarsi prima e dopo le partite, cercando di migliorare aspetti diversi. Ogni anno aggiunge qualcosa».

Il tedesco ha notato una crescita evidente soprattutto dalla parte del rovescio: «Quello di oggi è stato il miglior rovescio che gli abbia mai visto giocare contro di me, il più potente e continuo. Qualche anno fa era già pericoloso grazie al servizio e al diritto, ma se riuscivi a costringerlo a giocare tre o quattro colpi da fondo finiva spesso per sbagliare. Oggi non è successo».

Le cicatrici del 2020 cancellate dal Roland Garros

Il successo di New York chiude simbolicamente il cerchio aperto dalla finale del 2020, ma Zverev ha spiegato di essersi liberato di quel peso già dopo la vittoria ottenuta a Parigi.

«Credo che le cicatrici della finale del 2020 siano scomparse nel momento in cui ho vinto il Roland Garros. L’ho detto anche a Wimbledon: pur avendo perso quella finale, mi sono divertito. Ho apprezzato il fatto di giocare sul Centrale, davanti a un pubblico incredibile e in un’occasione così importante».

Prima del trionfo parigino, ogni finale Slam era accompagnata da un pensiero difficile da allontanare: «Sentivo sempre una grande pressione perché continuavo a domandarmi: “Riuscirò mai a vincere un torneo del Grande Slam?”. Dopo Parigi quella domanda è sparita. Adesso riesco a divertirmi quando gioco queste finali».

Due titoli Slam nel giro di pochi mesi hanno cambiato la dimensione della carriera di Zverev. Non più il miglior giocatore della sua generazione senza un Major, ma un campione capace di imporsi sulla terra battuta di Parigi e sul cemento di New York. Sinner e Alcaraz rimangono i punti di riferimento quando sono al massimo, come ammesso dallo stesso tedesco, ma il 2026 ha dimostrato che alle loro spalle c’è un rivale pronto a sfruttare ogni spazio.