Il tennis non si gioca più soltanto sul campo. Attorno ai grandi tornei si sta sviluppando una vera e propria economia dei creator, fatta di video, outfit, ristoranti, esperienze VIP, contenuti lifestyle e collaborazioni con i brand. E gli US Open sembrano aver deciso di spingersi ancora oltre: alcuni influencer vengono ormai considerati, a tutti gli effetti, una nuova categoria di media.
A raccontare il fenomeno è un approfondimento pubblicato da Vogue Business, che fotografa una trasformazione sempre più evidente soprattutto a New York, dove il torneo è diventato non soltanto uno dei quattro appuntamenti più importanti del tennis mondiale, ma anche un grande evento culturale, mondano e commerciale.
Il dato più significativo riguarda gli accrediti.
Nel 2025 gli US Open hanno introdotto per la prima volta un vero e proprio accredito dedicato ai content creator. A riceverlo sono stati 54 influencer che, complessivamente, hanno prodotto contenuti capaci di generare oltre 5,5 milioni di interazioni sui social, secondo i dati forniti dalla USTA.
E non si tratta semplicemente di un pass per entrare nell’impianto.
I creator accreditati possono utilizzare il media center e le aree di lavoro riservate alla stampa, partecipare alle conferenze stampa generali e porre domande direttamente ai giocatori. Jeanmarie Daly, responsabile delle operazioni media della USTA, lo ha spiegato senza troppi giri di parole: ricevono sostanzialmente lo stesso tipo di accesso dei giornalisti presenti al torneo.
Ed è proprio qui che nasce inevitabilmente una domanda.
È giusto che una persona che conosce poco il tennis possa avere lo stesso accesso di chi segue, studia e racconta questo sport professionalmente da anni?
La questione è meno semplice di quanto possa sembrare.
La strategia iniziale degli US Open, infatti, è stata volutamente quella di non concentrarsi esclusivamente sui creator specializzati nel tennis. Tra i settori presi maggiormente in considerazione figuravano moda, cibo, lifestyle, salute e benessere, musica e intrattenimento. Per il 2026 la USTA ha deciso invece di aumentare anche le opportunità destinate a creator interessati a raccontare maggiormente l’aspetto sportivo.
L’obiettivo è evidente: raggiungere persone che normalmente non guarderebbero una partita di tennis.
Se un influencer seguito da milioni di giovani pubblica un video dagli US Open perché interessato alla moda, al cibo o all’atmosfera di Flushing Meadows, una parte del suo pubblico potrebbe successivamente incuriosirsi anche a ciò che accade sul campo.
Secondo dati citati da Vogue, le persone particolarmente legate ai propri creator preferiti risultano il 19% più propense a interessarsi agli US Open quando quel creator racconta il torneo.
Dal punto di vista promozionale, dunque, l’operazione funziona.
Il problema nasce quando promozione e informazione iniziano a confondersi.
Una cosa è mostrare l’outfit scelto per andare sull’Arthur Ashe, recensire un ristorante del torneo o raccontare cosa significhi trascorrere una giornata negli spazi VIP. Un’altra è analizzare una partita, parlare delle caratteristiche tecniche di un giocatore, contestualizzare una dichiarazione o porre una domanda in conferenza stampa.
Non è necessario essere stati professionisti per parlare di tennis – altrimenti buona parte del giornalismo sportivo non potrebbe esistere – ma conoscenza, preparazione e competenza rimangono elementi importanti quando dal semplice intrattenimento si passa all’informazione.
Il rischio è che la popolarità diventi progressivamente più importante della competenza.
D’altra parte, sarebbe altrettanto sbagliato pensare che un creator non possa imparare a conoscere lo sport soltanto perché inizialmente arriva da un altro settore. L’esempio raccontato dall’Australian Open è significativo: un influencer australiano proveniente soprattutto da contenuti su AFL, basket e baseball, dopo aver ricevuto un pass media, si è appassionato al tennis al punto da iniziare successivamente a seguirlo autonomamente e frequentare anche tornei junior.
Il confine, quindi, non dovrebbe necessariamente essere tra “giornalisti” e “influencer”, ma forse tra chi utilizza l’accesso soltanto come vetrina e chi prova realmente a conoscere ciò che sta raccontando.
Intanto attorno a questo nuovo mondo girano cifre enormi.
Secondo l’inchiesta di Vogue, una suite privata per una singola sessione degli US Open può costare indicativamente tra 50.000 e 150.000 dollari. Aggiungendo allestimenti, produzione dei contenuti, ospitalità e compensi per creator e celebrità, una singola campagna può arrivare facilmente a diverse centinaia di migliaia di dollari.
Il torneo stesso sta ampliando sempre di più la propria presenza fuori dal tennis tradizionale. Soltanto pochi giorni fa gli US Open hanno collaborato con MrBeast, il creator con il più grande canale YouTube al mondo, per realizzare una partita con racchette e palline giganti insieme a Frances Tiafoe. I canali coinvolti raggiungono complessivamente oltre un miliardo di iscritti.
Non è quindi difficile comprendere perché gli organizzatori considerino i creator una risorsa.
Ma lo stesso approfondimento di Vogue evidenzia anche il pericolo di questa evoluzione: che il torneo finisca per diventare semplicemente lo sfondo sul quale produrre contenuti, invece di rimanere il vero protagonista.
Wimbledon, non a caso, mantiene per il momento un approccio molto più prudente e non possiede un accredito media specifico per influencer. Anche lì vengono coinvolti creator legati a moda, cibo e altri settori, ma con una filosofia precisa: il protagonista deve continuare a essere Wimbledon, non chi lo sta raccontando.
Ed è probabilmente questo il punto centrale.
Il tennis ha tutto da guadagnare aprendosi a nuovi linguaggi e a pubblici differenti. Un creator può avvicinare allo sport persone che una normale cronaca di un match difficilmente raggiungerebbe.
Ma quando a un influencer viene consegnato un accredito media, gli viene permesso di entrare nella sala stampa e di rivolgere domande direttamente ai protagonisti, è legittimo chiedersi se al numero dei follower non debba accompagnarsi anche un minimo di conoscenza dello sport.
Perché raccontare un vestito indossato agli US Open può richiedere una competenza. Raccontare una partita ne richiede un’altra.
E forse il futuro dell’informazione sportiva passerà proprio dalla capacità di far convivere questi due mondi, senza confondere la capacità di attirare attenzione con quella di raccontare davvero il tennis.
