Carlos Alcaraz è tornato a farsi vedere in campo: non quello dai grandi alti e bassi delle prime partite del torneo, quello vero. Agli ottavi di finale dello US Open 2026, la prestazione del campione in carica contro Tommy Paul, battuto 6-4 6-3 6-4, ha ricordato le migliori. Ovviamente non è certo che Alcaraz riesca a dare seguito a questa crescita, ma se dovesse, guai agli altri, chiunque siano.
Miglioramenti
Qualche momento di distrazione, da parte dello spagnolo, c’è stato, ma con impatto minore rispetto alle partite precedenti. E poi, questo era uno dei suoi pochissimi limiti anche nella versione più ‘sana’ fisicamente. La qualità del dritto, così come quella del servizio, sono le notizie migliori per la salute del polso destro, mentre il livello del rovescio sembra essersi addirittura alzato rispetto a prima dell’infortunio: probabile conseguenza dell’aver avuto, per diverse settimane, la sola mano sinistra a disposizione per colpire in allenamento.
I numeri al servizio confermano le sensazioni a occhio: Alcaraz sta tornando alle sue velocità medie del 2025 (194 km/h, statistiche ATP). Nel primo turno contro Roman Safiullin, lo spagnolo ha servito in media a 181 km/h, contro Jaime Faria a 185 km/h, mentre contro Yibing Wu a 188 km/h. Nel match contro Paul, l’ex numero uno del mondo ha tenuto una media di 191 km/h. Una crescita così regolare da far pensare a una scelta conservativa programmata, forse effettuata partita per partita.
Il match
La partita è cominciata come molti si aspettavano, ovvero con un Paul molto carico, con la faccia di chi non vedeva l’ora di affrontare una stella sul campo centrale dello Slam di casa. Lo statunitense partiva forte di alcune buone sensazioni maturate nelle prime sfide tra i due, ma sapeva anche a cosa andava incontro in virtù dei precedenti più recenti. Paul ha vinto due dei primi tre incontri, e lottato con qualità nei due successivi, seppur persi. Da quel momento è cominciata una striscia di 14 set consecutivi vinti da Alcaraz, compresi questi tre.
Paul è dunque partito con l’energia giusta, colpendo benissimo, e muovendosi ancora meglio: diversi i punti da highlights nei primi game, e una seria dichiarazione d’intenti. Questo livello non ha fatto che costringere Alcaraz a cercare il proprio, che ha prontamente trovato. Dopo dopo 45 minuti di gran tennis, Paul si è trovato sotto 4-5 e 0-40, incapace di salire ulteriormente di qualità.
La delusione di vedere che il proprio miglior tennis non sarebbe bastato senza cali dell’avversario è sfociata a inizio secondo set, cominciato subito sotto di un break dallo statunitense. Poi recuperato, ma immediatamente ripreso da Alcaraz con una serie di punti dei suoi, mostrando tutto ciò che si può fare su un campo da tennis. Da lì in avanti la partita non ha avuto storia, lasciando spazio all’intrattenimento proposto da due dei migliori del circuito per talento, tocco e copertura del campo.
Prossima tappa
Ai quarti di finale, Alcaraz aspetta il vincente del match tra Ben Shelton e il redivivo Stefanos Tsitsipas. Lo statunitense non è l’unica speranza di casa (ci sono ancora Frances Tiafoe, Learner Tien e Alex Michelsen in gara), ma potrebbe essere la migliore. Il livello dell’ex Gator della University of Florida ha spesso trovato la migliore espressione negli Slam, e chi meglio di lui per sfruttare a pieno il potenziale di un Arthur Ashe Stadium alla caccia di un campione a stelle strisce? Gli Stati Uniti sono a secco dallo US Open 2003, quando Andy Roddick vinse il suo primo e unico Major.
Dall’altro lato, uno Tsitsipas 3.0. Dopo i meravigliosi anni d’affermazione al top, e i terribili anni di discesa, questa versione di Tsitsipas propone qualcosa di ancora diverso: le sue prestazioni sono molto oscillanti, le scelte tattiche sembrano piuttosto ondivaghe, così come l’atteggiamento in campo. Però, qualcosa si è smosso, e quando lo spirito c’è, la pallina viaggia ancora.
