Tiafoe è stato a un passo dal salutare il suo US Open. Due set sotto, con Michelsen padrone della partita e poi arrivato persino a servire per il match nel terzo, Big Foe sembrava ormai avere un piede fuori dall’Arthur Ashe Stadium. E invece è proprio lì, quando il margine d’errore scompare del tutto, che la sua serata cambia faccia. Tiafoe salva il match, si prende il terzo set, trascina il derby al quinto e alla fine completa una rimonta che a metà partita aveva pochissimo di razionale. Michelsen si spegne lentamente, il pubblico comincia a spingere sempre più forte e Tiafoe torna ancora una volta dove a New York sa arrivare meglio che altrove. Il risultato finale è 5-7 3-6 7-5 6-3 7-6 (6) Tiafoe dopo 4 ore e 41 minuti.

UNO US OPEN FUORI DAGLI SCHEMI

Che l’edizione 2026 dello US Open avesse deciso di seguire strade poco convenzionali era chiaro già da qualche giorno. Il tabellone maschile ha perso prestissimo diversi dei suoi protagonisti annunciati: Felix Auger-Aliassime, testa di serie numero 3, fuori al secondo turno; Novak Djokovic, numero 4, addirittura all’esordio; Flavio Cobolli, Alex de Minaur, Taylor Fritz, Arthur Fils e Lorenzo Musetti sono altri nomi importanti caduti prima della seconda settimana. Anche Daniil Medvedev, numero 7 del seeding e campione a New York nel 2021, si è fermato agli ottavi proprio contro Tiafoe.

In un torneo che ha continuato a cambiare volto quasi ogni giorno, Big Foe ha fatto quello che a Flushing Meadows gli riesce più naturale: restare aggrappato al torneo anche quando tutto sembra sul punto di sfuggirgli. Questa volta, però, ha dovuto spingersi molto più in là.

TIAFOE UN TUTT’UNO CON NEW YORK, MICHELSEN SENZA NIENTE DA PERDERE

Tiafoe sa già cosa significa arrivare fino in fondo alla seconda settimana dello US Open. A New York ha giocato la semifinale nel 2022 e ci è tornato nel 2024, costruendo negli anni un rapporto con l’Arthur Ashe che va oltre i risultati. Il suo torneo era cominciato subito in salita, con cinque set contro Martin Damm e una rimonta da due set a uno sotto. Poi erano arrivate le vittorie su Rei Sakamoto e Valentin Vacherot, prima del 7-6(1) 6-4 7-6(6) inflitto negli ottavi a Medvedev, contro il quale aveva perso sei dei precedenti sette incontri.

Dall’altra parte c’era un avversario che prima di questo torneo non aveva mai giocato un quarto di finale Slam. Michelsen era arrivato fin lì senza perdere un set: 6-4 6-1 6-0 a Federico Cinà, poi Brandon Nakashima, testa di serie numero 16, Daniel Merida e infine Tomas Martin Etcheverry, superato 7-6(6) 6-4 6-4. Una corsa senza rumore e quasi senza sbavature, affrontata con la serenità di chi non aveva ancora avuto motivo di guardare troppo avanti.

Per due set, quella serenità sembra la cosa più importante di tutte.

MICHELSEN DOMINA, TIAFOE GUARDA IL BARATRO E TORNA INDIETRO

Per oltre due ore Tiafoe sembra non riuscire a trovare una porta d’ingresso nella partita. Michelsen gli toglie tempo, entra appena può dentro al campo, accompagna spesso l’attacco a rete e soprattutto gioca con una libertà che, dall’altra parte, manca completamente.

Il 7-5 6-3 è persino meno netto delle sensazioni. Big Foe prova ad accendersi, cerca il pubblico, cambia qualche traiettoria, ma ogni tentativo sembra durare troppo poco. Michelsen non gli permette di costruire inerzia e continua a giocare il quarto di finale più importante della sua carriera come se non avesse nulla da perdere.

Poi arriva il terzo set. E per Tiafoe arriva il baratro.

Sul 5-4, Michelsen va a servire per il match. L’Ashe lo sente, il rumore sale, ma per qualche secondo sembra quasi un rumore lontano. Tiafoe si salva e comincia finalmente a colpire senza trattenersi. Si muove meglio, prende campo con il dritto e soprattutto torna a fare una cosa che a New York gli è riuscita tante volte: trasformare il pubblico in una parte della partita. Michelsen, che fino a lì aveva giocato con il braccio libero, comincia invece a pensare. Prima arriva il break, poi il 7-5 che riapre tutto.

Il quarto set diventa una battaglia molto più nervosa. Michelsen continua ad avere occasioni e non smette certo di spingere, ma adesso ogni punto pesa in maniera diversa. Tiafoe non domina: resiste. Si aggrappa ai turni di servizio, rincorre palle che un’ora prima avrebbe lasciato andare, esulta anche quando porta a casa scambi apparentemente secondari. L’Ashe risponde a ogni gesto. Arriva l’allungo del ventottenne, che porta a casa il 6-3.

A quel punto le parti sono rovesciate.

Michelsen è ancora lì, continua a colpire forte e prova a ritrovare l’aggressività dei primi due set, ma adesso è lui a dover fermare un’ondata. Tiafoe sente la partita, sente il pubblico e soprattutto sente di essere sopravvissuto al momento peggiore. Nel quinto non c’è più bisogno di inventarsi niente. Bisogna soltanto restare dentro ogni punto.

Alla fine, inondati di adrenalina, si arriva al super tiebreak. Tiafoe sale due volte avanti di un mini-break, amministra il vantaggio, respinge l’ultimo tentativo del connazionale e quando l’ultimo colpo di Michelsen finisce fuori può finalmente spalancare le braccia verso le tribune.

Non ha semplicemente vinto un quarto di finale. Lo ha perso, quasi definitivamente, e poi se lo è ripreso.

ADESSO ALCARAZ O SHELTON

Il premio è un’altra semifinale sul campo che più di tutti ha segnato la sua carriera. Tiafoe attende il vincitore dell’altro quarto della parte bassa del tabellone tra Carlos Alcaraz e Ben Shelton, impegnati nella sessione serale dell’Arthur Ashe Stadium.

Per Big Foe sarà la terza semifinale dello US Open dopo quelle del 2022 e del 2024. Ma questa ci arriva in un modo diverso dalle altre. Non attraverso una serata perfetta, né grazie a un tennis sempre scintillante. Ci arriva dopo essere stato sotto due set a zero, dopo aver guardato un match point dell’avversario e dopo aver avuto per lunghi tratti la sensazione che il torneo gli stesse scivolando via.

Forse è anche per questo che, quando tutto finisce, l’Arthur Ashe fa così tanto rumore. Tiafoe a New York ha già vissuto notti migliori dal punto di vista del tennis. Difficilmente ne aveva vissuta una più sua.