In America si fa un gran parlare di questa situazione, attenzionata anche dall’ITIA che vuole fare chiarezza

Si chiama Kalshi, è un nuovo partner degli Us Open e si presenta come «una piattaforma di scambio regolamentata» e «un mercato delle previsioni», dove è possibile «fare trading sui risultati di eventi del mondo reale». Compresi quelli sportivi, quindi nei fatti è anche una una piattaforma dove è possibile scommettere. Come ha scritto bene il collega Simon Cambers: «Per i lettori britannici ed europei, pensate a Betfair, ma le somme in gioco superano di gran lunga quelle che circolano lì, e la differenza sta nel fatto che, data la scarsa regolamentazione, la provenienza del denaro è tutt’altro che chiara. Anche nelle partite più insignificanti vengono puntate migliaia di dollari e, ovviamente, gli Us Open prendono la loro percentuale».

Ai giocatori, invece, non è consentito avere sponsor legati alle scommesse, per ragioni di integrità. Gli Us Open sono il più – vogliamo dire: spregiudicato? degli Slam. Ma da mesi e specie nelle ultime settimane il dibattito sulle scommesse illegali, sugli scommettitori che si trasformano in haters e disturbatori, che minacciano di morte dal vivo e online i tennisti – vedi quanto denunciato da Matteo Berrettini, e quello che è successo a suo fratello Jacopo, a Raul Brancaccio, a Francesco Maestrelli, a Lucrezia Stefanini, a mille altri – si è infuocato. Peraltro i tennisti non possono avere contratti con siti di scommesse, per evitare gli inevitabili sospetti e ovvie polemiche. E allora perché può farlo un torneo, specie uno Slam peraltro in grande salute finanziaria come quello americano? Non lo troviamo, anche in questo caso, inappropriato? Il problema è che il tennis, lo sport in generale, da una parte incassa soldi pesanti dal mondo delle scommesse, dall’altro ne condanna il (ris) volto meno gradevole. Vogliamo chiamarla ipocrisia?

Ad aggravare la questione c’è un nuovo elemento, e cioè il party pre Us Open organizzato a New York da Dave Grutman, un famoso imprenditore della Florida, e finanziato da DrafKings, altra grossa realtà made in Usa nel ramo scommesse e intrattenimento digitale. Ne ha parlato sul suo blog ‘Bounces’ Ben Rothenberg, spiegando che al party hanno partecipato molti nomi del tennis, da Aryna Sabalenka a Coco Gauff, da Serena Williams a Taylor Fritz, ad Anna Kalinskaya, tutti fotografati sul ‘red carpet’ davanti al marchio di DraftKings.

Ora, vista la proibizione per i tennisti di avere sponsorizzazioni in quel ramo, qualcuno ha alzato il sopracciglio – e la cornetta del telefono- e avvertito l’Itia, l’agenzia per l’integrità del tennis. «Siamo a conoscenza di questo episodio e stiamo esaminando le circostanze e i dettagli», ha confermato a Bounces un portavoce dell’Agenzia internazionale per l’integrità nel tennis (ITIA). Insomma, un mezzo pasticcio, e l’ennesima conferma che attorno e dentro al mondo delle scommesse ci sono zone grigie, non chiarite, non del tutto regolamentate, che rischiano di diffondere un pessimo alone di sospetto attorno allo sport. Ma del resto, come dicevano già i latini, il denaro non puzza, è vero?