Settimane, anzi mesi turbolenti per Jannik Sinner dopo la bellissima seconda affermazione ai Championships di Wimbledon, ma leggendo le sue parole rilasciate in una bella intervista realizzata da Emanuela Audisio per D di Repubblica traspare la calma dei forti, virtù necessaria per superare momenti difficili come questo. Dominante in primavera, fortissimo sui prati, tutti attendevamo Jannik in estate sul “duro” in Nord America per ribadire la sua classe e magari sperare in qualche nuova sfida contro Carlos Alcaraz, il match tutti vogliono vedere. Purtroppo la durezza del tennis attuali non fa sconti a nessuno, nemmeno al nostro campione di Sesto Pusteria, e l’infortunio stavolta è toccato a lui. Una infiammazione perversa, subdola, che pareva rientrata e poi è tornata a farsi sentire, spingendo il nostro n.1 a chiudere anticipatamente il 2026 per recuperare totalmente. Dell’infortunio di fatto non si parla nell’intervista, Jannik continua a restare arroccato su certi temi molto personali, ma si spazia su altri temi di sicuro interesse e per questo riportiamo alcuni dei passaggi più significativi del pensiero del nostro campione, tornato a parlare dopo diverse settimane di silenzio (in una intervista “iniziata ad agosto e finita a ottobre”, quindi realizzata a più riprese).

La prima domanda è su come Jannik ha trascorso questo lungo periodo da infortunato, lontano dalla competizione… “Non ho fatto nulla di insolito, se la domanda è cosa ho scoperto di nuovo in questo periodo lontano dai tornei la risposta è niente, ma senza annoiarmi. Sono andato a Monza a vedere la F1 e a Milano alla sfilata di Gucci, ho giocato un po’ di più alla Play e ho iniziato a leggere un libro di 600 pagine, Io uccido, di Giorgio Faletti. Fermo non ci sono mai stato, né ho voltato le spalle al tennis perché lui mi ha fatto del male. Anzi ho sempre lavorato molto sia in palestra che in campo e con i fisioterapisti. Pazienza è la parola giusta per questo periodo. Il corpo è l’unico avversario che non puoi battere, quando ti dice stop devi accettarlo e seguire i consigli degli specialisti”.

Si chiede quindi al n.1 del suo sport se a suo parere questo tennis rompe troppo i corpi? Secca la risposta di Jannik: “Gli infortuni fanno parte dello sport, bisogna essere intelligenti e capire quanto e quando giocare. Serve avere una visione a lungo termine, non c’è solo l’oggi, si semina ora, ma il raccolto ha altri tempi. E la differenza la fa sempre il lavoro, la preparazione che fai, non la fortuna. Quella aiuta a vincere un punto, non la partita”.

Se potesse incontrare Jannik di 10 anni fa cosa gli direbbe? “Quello che ho imparato: il talento senza lavoro non è niente. Devi fare scelte, valutarne le conseguenze, seguire la tua meta. Gli direi di vivere bene quei momenti, non ho rimorsi, non gli consiglierei di cambiare strada, ma di scegliere bene le persone di cui circondarsi. Non sono pentito, la mia famiglia c’è sempre stata, ho sempre potuto contare su un papà bravo anche in cucina”.

Lo sport lancia spesso ragazzi e ragazze davvero giovani. “Non faccio io le regole, ma perché togliere agli adolescenti una bella storia da raccontare? Hanno vissuto un’emozione forte, hanno combattuto, si sono impegnati. C’è un’età in cui lo sport ti dà la voce per essere ascoltato e diventa uno strumento per capire chi sei e crescere. Non puoi ancora essere grande nella società, in tanti altri settori ti viene rimproverato che non hai l’età giusta invece lo sport ti offre occasioni senza giudicarti o chiederti la carta d’identità. Guardate la stagione di Lamine Yamal, campione del mondo con la Spagna a 19 anni. Perché aver paura che troppa gioventù produca guasti? E se invece offrisse nuovi orizzonti e aiutasse a mettere in mostra qualità che ancora nessuno ha visto? Lasciateli giocare, i ragazzi. Kimi Antonelli ha esordito che non aveva ancora la patente e, a proposito, io quella per le moto sono finalmente riuscito a prenderla. Se uno si merita il successo non vedo problemi, così come hanno il diritto di stare in campo Messi e Cristiano Ronaldo, anche se non sono più teenager, senza dimenticare Djokovic. Con Kimi Antonelli? Parliamo di tutto. Di come ci si relaziona con gli altri, delle persone che abbiamo attorno, di come fare in certe situazioni. Facciamo sport diversi, lui ha 20 anni, io 25, ma ci confrontiamo molto. Mi chiedono: scambieresti uno Slam con un successo in una gara di F1? Dai, inutile rispondere, è una cosa che non capiterà mai”.

Cosa racconta di noi il tennis meglio o diversamente dagli altri sport? Perché riesce a essere così contemporaneo? “Non lo so perché, bisognerebbe chiederlo a chi lo guarda, non a chi lo gioca. Forse fa esistere le diversità, le valorizza, la rivalità nasce dalla differenza, si vince e si perde, ognuno trova un suo motivo per identificarsi in chi gli somiglia o in chi vorrebbe essere. E questo lo rende affascinante”.

Tutti aspettano in campo Sinner-Alcaraz: “Non siamo tutti uguali, i contrasti esaltano. Magari io vengo vissuto come il campione disciplinato e ostinato e Carlos come quello mediterraneo e stravagante. Questa è la cosa bella, avere qualcuno che ti spinge al limite. E il tennis ha sempre vissuto di questo: da Borg-McEnroe a Sampras-Agassi fino a quando la rivalità a due è diventata a tre con Federer-Nadal-Djokovic”.

Gli eroi dello sport vanno più di moda degli attori. Una volta si sognava con il cinema, oggi alle sfilate ci siete voi. Così Sinner: “Ma non è una competizione, né siamo in contrapposizione. Il mondo del basket americano da tempo è attento alla moda e i suoi giocatori fuori dal campo ci tengono a mostrare la personalità anche con gli abiti. Nessuno sostituisce nessuno, credo sia solo una questione piattaforme diverse e di nuovi soggetti”.

Interessante la risposta di Sinner a questa domanda molto personale: Se potesse cancellare una giornata della sua vita, non riviverla più? “Non sarebbe un momento sportivo, né la sconfitta in finale con Alcaraz a Parigi 2025, né in semifinale con Djokovic a Melbourne a inizio anno. Non è una cosa successa in campo… Vorrei cancellare ciò che ho provato il giorno in cui sono andato via di casa. Lo strazio di quando a 13 anni e mezzo, a Milano, ho salutato mio padre perché le nostre strade si separavano e un filo si spezzava. Ci stavamo lasciando, piangevo io per lo strappo, ma anche lui. Di quel giorno lì farei a meno, fu un’emozione troppo forte”.

Questo invece il momento che vorrebbe rivivere: “La purezza di una domenica d’inverno con i miei amici a sciare sulle Dolomiti. La sensazione di una bella giornata facendo una cosa che ti piace. Un gruppo di ragazzi che vuole divertirsi. Ci metterei anche un qualsiasi momento con la mia famiglia e uno sui go-kart dalle parti di Cuneo con il pilota Antonio Giovinazzi e il ciclista Giulio Ciccone. A me la velocità piace, non è un mistero. Ho bisogno dell’adrenalina, di tenere lontana la noia”.

La felicità ha un odore? “Potrei dire quello di un dessert perché amo i dolci”.