Ben riesce finalmente a maturare e a vincere un match importantissimo: sarà lui il famigerato terzo incomodo?

Ancora una volta, il regno di Donald Trump si conferma ricettacolo di grandi mancini. A mezza via tra la spinta di Connors e il fioretto di McEnroe, avanza di gran passo il tennis completo e furibondo di Ben Shelton, splendido esemplare di ‘sinistri’ istinti, fresco vincitore di un quarto di finale che, a più riprese, ha spinto in piedi l’intero Arthur Ashe di Flushing Meadows. Potente, sensibile, capace di qualsiasi cosa, agli albori di una possibile carriera, il georgiano veniva assimilato all’archetipo dell’americano sparacchione, al tipo di poche parole incline a qualche esagerazione. Smentendo tutti, invece, Ben il mancino è riuscito a contenere il suo arsenale tra le righe del campo e, formichella formichella, i risultati hanno iniziato a fioccare. Tanto da incamerare almeno un titolo su ogni superficie mettendo a nudo insospettabili qualità adattive e una carica agonistica degna di un top ten consumato.

Opposto a un temerario come Carlos Alcaraz, il mancino di Atlanta non si è tirato indietro e restituendo pan per focaccia ha finito per imporsi al fotofinish dopo cinque meravigliosi set ricchi di pathos più vicini a sprazzi di alto funambolismo che non a uno sport di manovra come il nostro.

Ora, per un posto in finale, deve vedersela con un Tiafoe in piena salute. Compirà il rito? Agli astrologi il responso. A noi normali invece, la domanda che tanto ci va solleticando l’animo: è lui il terzo incomodo di quel duopolio che, salvo rare occasioni, sembra dominare il circuito? Presto per dirlo ma dopo lo slam della Grande Mela ne sapremo certamente molto di più.