La decisione della WTA di introdurre un test genetico a cui le giocatrici dovranno sottoporsi ha generato un ampio dibattito e troppe strumentalizzazioni

Come vi abbiamo riportato un po’ di tempo fa, la WTA ha preso la decisione di introdurre un test genetico a cui le giocatrici dovranno sottoporsi nel futuro prossimo. L’obiettivo è quello di garantire equità e sostanzialmente evitare l’ascesa di tenniste transessuali. Come hanno evidenziato numerosi addetti ai lavori, nella storia del tennis femminile soltanto la transessuale Renée Richards ha colto buoni risultati nei lontani anni ’70, raggiungendo la finale in doppio agli US Open 1977 e due finali in singolare (rispettivamente a Seattle e Pittsburg).

In conferenza stampa durante il WTA 1000 di Toronto, è stato chiesto a Coco Gauff di esprimere la sua opinione al riguardo e la campionessa americana non ha esitato a farsi sentire. “Alcune giocatrici l’hanno scoperto soltanto grazie a quel comunicato stampa. Ritengo che un pizzico di trasparenza in più sarebbe stata auspicabile” – ha esordito Cori. “Per quanto concerne i test, capisco le motivazioni che ci sono dietro. Questo tipo di discussione ha contribuito ad alimentare l’ostilità verso la comunità trans, il che non mi piace affatto, ma al tempo stesso comprendo l’esigenza di tutelare le differenze biologiche. Sono d’accordo sul fatto che l’equità è un valore che va protetto, ma non deve diventare un pretesto per screditare la comunità transessuale. Non so bene come rispondere a questa domanda senza correre il rischio che le mie parole vengano strumentalizzate da qualcuno” – ha aggiunto Gauff.

Più pragmatico l’approccio di Jessica Pegula: “La WTA si è soltanto voluta allineare a ciò che fanno tante altre organizzazioni sportive. Non ho particolari obiezioni al riguardo. I test inizieranno a Cincinnati, vedremo se ci saranno ulteriori riscontri. Abbiamo dovuto guardare una serie di video e fare tutto il necessario per capire come funzionava il programma di formazione e il perché è così importante. Si è trattato di un percorso abbastanza lungo che le giocatrici hanno dovuto fare per conoscere bene questa faccenda.”