Da Shanghai – Le parole ai nostri microfoni di Federico Ricci, allenatore di Rei Sakamoto, tra i protagonisti del Masters 1000 cinese. Il tecnico italiano ha analizzato la vittoria del suo giocatore contro Andrey Rublev, soffermandosi sul percorso intrapreso insieme al tennista giapponese, sulle difficoltà iniziali e sullo scetticismo che aveva accompagnato la scelta di lavorare con lui. Ricci ha inoltre approfondito le dinamiche che portano un allenatore a scegliere un giocatore, raccontando alcuni aspetti del mestiere che spesso restano lontani dai riflettori.

Il successo contro il russo rappresenta uno dei risultati più importanti della carriera di Sakamoto, come sottolineato dallo stesso Ricci: “Sicuramente, a livello di risultati, è il più importante della sua carriera fino a questo momento. Contro Rublev è stata un’ottima partita. Magari Andrey non è più quello di quando era numero cinque al mondo, ma rimane comunque un avversario contro cui bisogna giocare una partita tosta. Sono contento di come sia andata”.

Il percorso con Sakamoto

Ricci ha ripercorso le prime fasi della “collaborazione” con Sakamoto, un progetto che fin dall’inizio presentava diverse difficoltà, sia dal punto di vista tecnico sia sotto il profilo umano e culturale. “Diciamo che inizialmente non ero molto convinto, perché era un progetto abbastanza complicato. All’inizio c’era tanta roba da lavorare: la postura, l’atteggiamento e diversi aspetti del suo gioco. Non era facilissimo stare sul pezzo, quindi sapevo che non sarebbe stato semplice, anche perché si trattava di qualcosa di completamente nuovo. Per Rei era la prima volta con un allenatore a tempo pieno: non ne aveva mai avuto uno. C’era poi una cultura totalmente differente e lui arrivava dall’altra parte del mondo. Nei primi mesi eravamo a Tenerife e Rei era intorno alla posizione numero 900-1000 del ranking mondiale. Non aveva ancora vinto una partita Challenger e c’erano da sistemare sia il dritto sia il rovescio. Insomma, c’era davvero tanto da fare. Avevamo lavorato su qualcosa durante la pre-season, ma il percorso da compiere era ancora lungo. Gli agenti di Sakamoto sono stati molto disponibili e hanno assecondato le mie esigenze. Adesso ci troviamo bene”.

Lo scetticismo iniziale

L’allenatore italiano ha raccontato anche lo scetticismo con cui una parte dell’ambiente aveva accolto la sua decisione di intraprendere questo percorso. Non tutti, infatti, erano convinti delle potenzialità del giapponese e delle prospettive della collaborazione. “Ho avuto dei colleghi che mi dicevano che mi stavo prendendo un rischio enorme, che non aveva livello. Anche persone di grande esperienza avevano storto il naso”. Ricci ha poi spiegato come i risultati ottenuti da Sakamoto a livello juniores fossero legati anche ad alcune caratteristiche fisiche che gli permettevano di fare la differenza, ma che non sarebbero necessariamente bastate nel circuito professionistico. “Negli juniores era buono, ma c’è da dire che era aiutato anche da un servizio e da un’altezza che non sono usuali per quella categoria. Lo stesso Sakamoto, nelle prime conversazioni che avevamo avuto, mi diceva che provava a servire per primo, arrivava sul 5-4 e magari l’altro si incartava (ride, ndr)”.

Come sceglie un allenatore?

Nel corso dell’intervista, Ricci ha approfondito anche le dinamiche che portano un allenatore a scegliere un giocatore, o viceversa, spiegando quanto siano importanti il rapporto personale, la sintonia e la possibilità concreta di incidere sul percorso di crescita di un tennista. “Un coach che può permettersi di fare determinate scelte, come possono essere Ljubicic o Juan Carlos Ferrero, valuta diversi aspetti. Penso che ci siano tante ragioni per cui un allenatore scelga un giocatore, o viceversa. Sicuramente bisogna stare bene insieme, perché si passano tante, tante ore insieme, ed è importante avere un minimo di feeling. L’altro aspetto è sapere di poter aiutare davvero quel giocatore a migliorare, sentire di avere qualcosa da trasmettergli e un’idea abbastanza chiara di ciò che si vuole fare e di come lo si vuole vedere giocare. Ci sono giocatori di tutto rispetto che magari giocano benissimo: li guardi, ma non sai dove poter intervenire per farli migliorare. Chiaramente tutti possono migliorare, ma bisogna capire se si può incidere al punto da fare la differenza. Allenatori del calibro di Ferrero e Ljubicic, poi, non hanno nemmeno la necessità di lavorare con chiunque: lo fanno solo se sentono che sia il momento giusto e che ci sia la situazione giusta. A volte entrano in gioco tante altre dinamiche che non riguardano direttamente il rapporto tra coach e giocatore. Per esempio, un allenatore potrebbe non voler lavorare con un determinato agente per via di screzi avuti in passato, oppure il giocatore potrebbe essere molto legato a una persona che non può cambiare. Ci sono quindi diverse situazioni da considerare, così come gli aspetti logistici”.

Per l’intervista completa a Federico Ricci, guarda il video sul nostro canale YouTube.