Roger Federer continua a essere uno dei grandi protagonisti della settimana tennistica americana. Dopo il bagno di folla ricevuto a New York e il ritorno sull’Arthur Ashe Stadium per l’esibizione insieme ad Andy Roddick, Andre Agassi e John McEnroe, lo svizzero si è trasferito a Newport, dove sabato 29 agosto entrerà ufficialmente nella International Tennis Hall of Fame insieme a Mary Carillo.
Prima di lasciare New York, Federer ha concesso una lunga intervista a ESPN nella quale ha parlato degli US Open, Carlos Alcaraz, Rafael Jodar, delle nuove generazioni e del modo in cui oggi guarda alla propria straordinaria carriera.
Particolarmente interessanti le considerazioni su Alcaraz, campione in carica a Flushing Meadows ma reduce da quasi cinque mesi lontano dal singolare a causa dell’infortunio al polso.
Federer non esclude affatto che lo spagnolo possa tornare immediatamente competitivo per il titolo, ma ritiene fondamentale conoscere un dettaglio che dall’esterno è difficile valutare: quanto e soprattutto come Alcaraz sia riuscito ad allenarsi nelle ultime settimane.
Federer su Alcaraz: «Dipende da quanto si è potuto allenare»
Secondo l’ex numero uno del mondo, non basta sapere da quanto tempo un giocatore non disputa una partita ufficiale.
«Quanto si è allenato? Ha potuto farlo al massimo? È stata una settimana o un mese? Credo che questo faccia una grande differenza», ha spiegato Federer.
Il concetto dello svizzero è molto chiaro.
Se Alcaraz avesse avuto soltanto pochi giorni di lavoro ad alta intensità, affrontare immediatamente uno Slam al meglio dei cinque set diventerebbe estremamente complicato. Se invece avesse accumulato alcune settimane di allenamenti di qualità, Federer ritiene che possa ritrovare rapidamente il proprio livello.
«Se ha avuto un mese di buoni allenamenti gli do buone possibilità di trovare presto il ritmo. Deve riuscire a superare i primi tre turni».
Un’analisi particolarmente interessante dopo ciò che si è visto nel doppio misto.
Alcaraz è tornato ufficialmente in campo agli US Open insieme a Serena Williams, vincendo il primo incontro prima di essere eliminato nei quarti da Flavio Cobolli e Belinda Bencic. Lo spagnolo ha mostrato buone sensazioni dal punto di vista fisico, ma il doppio resta inevitabilmente un test molto diverso rispetto a una partita di singolare Slam.
Federer, comunque, non chiude la porta a un Alcaraz competitivo fino in fondo:
«Se ha avuto almeno diverse settimane di allenamenti di qualità, questo può aiutarlo a sentire davvero di poter vincere il torneo».
Federer impressionato dall’esplosione di Rafael Jodar
Tra i giovani che hanno attirato maggiormente la sua attenzione c’è anche Rafael Jodar.
Lo spagnolo è stato una delle grandi rivelazioni del 2026 e nelle ultime settimane ha ulteriormente accelerato la propria crescita, imponendosi come uno dei giovani più interessanti del circuito.
Federer non si aspettava un’esplosione tanto rapida.
«La crescita di Jodar è stata incredibile. Qualche mese fa non l’avrei immaginato e credo che nessuno lo avrebbe fatto. È impressionante il modo in cui riesce a mantenere questo livello».
Va però ridimensionata l’idea che Jodar possa già essere considerato uno dei principali favoriti per vincere gli US Open. Il suo percorso nel 2026 lo rende certamente una delle mine vaganti e uno dei giovani più attesi, ma giocatori come Alcaraz, Zverev, Djokovic e altri protagonisti della parte alta del ranking partono inevitabilmente con maggiori credenziali per il titolo.
Federer ha citato anche Ben Shelton e Joao Fonseca tra i giocatori che ama seguire.
Ciò che lo affascina della nuova generazione è soprattutto la potenza: grandi battitori, giocatori disposti a cercare il vincente e personalità capaci di emergere anche fuori dal campo.
I cinque US Open consecutivi: «Forse qui è ancora più difficile»
Parlando di New York, Federer è inevitabilmente tornato su uno dei record più impressionanti della sua carriera.
Lo svizzero ha conquistato cinque US Open consecutivi dal 2004 al 2008, battendo in finale nell’ordine Lleyton Hewitt, Andre Agassi, Andy Roddick, Novak Djokovic e Andy Murray.
Nessun uomo o donna nell’era Open è riuscito a vincere cinque titoli consecutivi a Flushing Meadows.
Federer ritiene che costruire una serie del genere a New York possa essere addirittura più difficile rispetto ad altri Slam.
Il motivo è la varietà delle condizioni: vento, umidità, partite diurne e notturne e una superficie sulla quale moltissimi giocatori riescono a esprimere il proprio miglior tennis.
Ripensando alle cinque finali vinte, Federer ha ammesso di essere rimasto colpito anche dalla qualità degli avversari affrontati.
Il suo dominio si prolungò fino al 2009: raggiunse una sesta finale consecutiva e la sua striscia di 40 vittorie consecutive a New York venne interrotta soltanto da Juan Martin del Potro in cinque set.
«Essere numero uno è un privilegio»
Federer ha parlato anche di come sia riuscito a mantenere motivazione e fame durante gli anni trascorsi al vertice.
Per lo svizzero essere numero uno non poteva diventare qualcosa di normale.
«Era il mio sogno e lo stavo vivendo. Devi approfittarne perché quando lo perdi non sai se tornerà mai».
Una delle immagini utilizzate da Federer è particolarmente efficace: arrivare al numero uno significa trovarsi «in cima alla montagna, dove tira molto vento».
Tutti cercano di batterti, tutti studiano il tuo tennis e diventa necessario trovare continuamente nuovi modi per migliorare.
Federer ha trascorso complessivamente 310 settimane al numero uno ATP, di cui 237 consecutive, un record che per anni è stato uno dei simboli del suo dominio.
Il segreto della longevità: non si può essere al massimo sempre
Un’altra riflessione riguarda la gestione di una carriera lunga.
Federer ha raccontato che già a 23 anni immaginava di poter giocare almeno fino ai 35. Ma desiderarlo non è sufficiente.
Bisogna capire cosa può sopportare il corpo, costruire il team giusto e soprattutto scegliere i tornei nei quali raggiungere il picco di forma.
Un concetto che nel tennis moderno diventa sempre più importante.
«Pensare di poter essere al massimo in ogni torneo non è realistico», ha spiegato.
Bisogna accettare che alcuni appuntamenti possano avere un’importanza inferiore e programmare la stagione pensando ai grandi obiettivi.
Poi arrivano inevitabilmente gli infortuni e il giocatore deve imparare ad adattare il proprio tennis ai problemi fisici accumulati nel tempo: una sorta di «zaino» che si porta dietro durante la carriera.
Federer su Sinner e Alcaraz: «Stanno portando il tennis in una nuova dimensione»
Infine una delle riflessioni più significative riguarda il presente.
Federer osserva il tennis senza nostalgia per un circuito che dovrebbe necessariamente assomigliare a quello della sua epoca.
Anzi.
«Il tennis continua ad andare avanti in una direzione fantastica. Alcaraz e Sinner stanno portando questo sport in una dimensione che non avevamo mai visto», ha sottolineato.
Una frase importante pronunciata proprio da uno dei giocatori che hanno contribuito maggiormente a trasformare il tennis negli ultimi vent’anni.
Oggi Federer guarda alla propria carriera con una prospettiva completamente diversa.
Quando giocava contavano soprattutto vittorie e sconfitte. Dopo il ritiro, invece, gli interessa maggiormente ciò che è rimasto nelle persone.
«Ora la gente viene da me e mi dice: “Mi manca vederti giocare”. Questo mi emoziona ancora».
Dopo la grande notte sull’Arthur Ashe, Federer è ora a Newport. Il weekend celebrativo della Hall of Fame è iniziato il 27 agosto e culminerà sabato 29 agosto con la cerimonia ufficiale d’ingresso.
Un altro riconoscimento per una carriera ormai consegnata alla storia. Ma Federer continua a osservare attentamente quello che succede dopo di lui: da Alcaraz e Sinner fino all’esplosione di Jodar, la sensazione è che Roger abbia smesso di giocare a tennis, ma non abbia mai davvero smesso di studiarlo.
