Per una sera è sembrato che il tempo si fosse fermato. Roger Federer è tornato a giocare sull’Arthur Ashe Stadium e, nonostante i 45 anni e quasi quattro anni trascorsi dal ritiro ufficiale, ha regalato al pubblico degli US Open alcuni dei colpi che hanno caratterizzato una delle carriere più straordinarie della storia del tennis.

Lo svizzero è stato il grande protagonista dell’esibizione “Roger Federer: An Icon Returns to New York”, organizzata durante la Fan Week degli US Open. Prima ha battuto Andy Roddick per 6-3 in un set di singolare, poi ha giocato al fianco di John McEnroe nel doppio contro Roddick e Andre Agassi, vincendo anche quella sfida per 7-5.

Federer aveva scelto Lorenzo Musetti come sparring partner per preparare il ritorno sull’Arthur Ashe. I due si erano allenati insieme il giorno precedente davanti al pubblico di Flushing Meadows, con Musetti che aveva definito un onore poter condividere il campo con quello che considera il suo idolo.

Federer-Roddick, vent’anni dopo sembra cambiato poco

Il primo appuntamento della serata ha riportato immediatamente alla memoria una delle rivalità simbolo degli anni Duemila.

Da una parte Federer, dall’altra Andy Roddick.

Il risultato, almeno per una sera, è stato quello visto tante volte durante le loro carriere: 6-3 per lo svizzero.

Naturalmente si trattava di un’esibizione e sarebbe sbagliato utilizzare questa partita per immaginare quale potrebbe essere oggi il rendimento di Federer nel circuito professionistico. Intensità, preparazione atletica e durata di un match ATP sono completamente differenti.

Ma dal punto di vista tecnico alcune immagini sono state impressionanti.

Il servizio continua a essere fluido, il diritto mantiene una facilità di esecuzione quasi naturale e soprattutto il rovescio a una mano ha regalato alcuni dei momenti più spettacolari della serata.

Accelerazioni lungolinea, colpi presi molto presto dopo il rimbalzo, variazioni e discese a rete hanno più volte provocato la reazione del pubblico dell’Arthur Ashe.

Qualche inevitabile difficoltà in più è apparsa negli spostamenti e nelle situazioni nelle quali lo scambio si allungava. Ed è proprio qui che emerge la differenza tra un’esibizione e il tennis professionistico attuale.

Federer, però, non aveva bisogno di dimostrare di poter ancora competere nel circuito. La serata serviva soprattutto a regalare finalmente a New York il saluto che non aveva mai potuto ricevere da giocatore.

La sua ultima partita agli US Open risaliva infatti al 2019, quando perse nei quarti di finale contro Grigor Dimitrov. Negli anni successivi i problemi al ginocchio gli impedirono di tornare a Flushing Meadows e la carriera si concluse nel 2022 alla Laver Cup, senza un vero addio all’Arthur Ashe.

Poi il doppio con McEnroe, Agassi e Roddick

La seconda parte della serata è stata ancora più leggera e spettacolare.

Federer ha formato la coppia con John McEnroe, mentre dall’altra parte della rete c’erano Andre Agassi e Andy Roddick.

Quattro ex campioni degli US Open contemporaneamente sull’Arthur Ashe.

Tra battute, scambi al volo e continue interazioni con il pubblico, Federer e McEnroe si sono imposti per 7-5.

Anche Agassi ha regalato uno dei punti più applauditi della serata con un grande rovescio, mentre McEnroe ha interpretato l’esibizione con la consueta energia nonostante i 67 anni.

Ma inevitabilmente gli occhi erano soprattutto su Federer.

Potrebbe davvero battere ancora giocatori ATP?

La tentazione di farsi questa domanda dopo averlo visto colpire la pallina con tanta facilità è comprensibile.

Ma la risposta dello stesso Federer è molto meno romantica.

Alla vigilia dell’esibizione, quando gli è stato chiesto se tutto questo potesse essere l’inizio di un possibile ritorno, lo svizzero ha risposto senza lasciare spazio a interpretazioni:

«No, no, no. Assolutamente no».

Federer ha spiegato che il problema non è il desiderio di giocare qualche punto o qualche esibizione, ma quello che il corpo può sostenere nel tennis professionistico: «Il corpo ha finito».

Ed è probabilmente questo il modo corretto di leggere ciò che è accaduto a New York.

Federer può ancora servire, accelerare, inventare e produrre colpi che pochi giocatori al mondo possiedono. Il talento non è scomparso con il ritiro.

Ben diverso sarebbe sostenere lo stress fisico di una partita ATP, recuperare il giorno successivo, affrontare settimane consecutive di tornei e competere contro giocatori di vent’anni più giovani.

Non serve però immaginare un improbabile ritorno per apprezzare ciò che l’Arthur Ashe ha vissuto.

Federer è tornato nello stadio dove ha conquistato cinque US Open consecutivi dal 2004 al 2008, un’impresa mai riuscita a nessun altro uomo o donna nell’era moderna del torneo.

Ha ritrovato Roddick dall’altra parte della rete, ha condiviso il campo con McEnroe e Agassi e, per un’ora e mezza, New York ha potuto rivedere quel tennis che sembrava appartenere ormai soltanto ai filmati d’archivio.

Non è stato il ritorno di Roger Federer.

È stato, finalmente, il suo saluto all’Arthur Ashe. E forse proprio per questo è stato ancora più bello.