«La chiamano Hall of Fame, ma la fama non è mai stata il mio obiettivo». Forse non poteva esserci frase migliore per raccontare Roger Federer nel giorno in cui il suo nome è entrato ufficialmente nella International Tennis Hall of Fame. A Newport lo svizzero ha pronunciato un discorso emozionante, ironico e profondamente personale, nel quale i 20 titoli del Grande Slam, le 310 settimane da numero uno e i 103 trofei ATP sono rimasti quasi sullo sfondo. In primo piano sono finite le persone, la famiglia, l’amore per il gioco e quel bambino di Basilea che guardava i campioni da raccattapalle senza poter immaginare quello che sarebbe successo.

Federer è entrato nella classe 2026 insieme a Mary Carillo. A presentarlo sul palco è stata una persona speciale: Mirka Federer, sua moglie e compagna di un viaggio iniziato alle Olimpiadi di Sydney del 2000, quando Roger aveva 18 anni e non aveva ancora conquistato un titolo ATP.

«Il mio obiettivo era passare la vita facendo qualcosa che amo»

Federer ha subito chiarito il significato che attribuisce al riconoscimento.

«Questo è uno dei più grandi onori della mia vita», ha detto osservando il museo e la storia del tennis custodita a Newport.

Poi una frase destinata a rimanere: «La fama non è mai stata il mio obiettivo. Il mio obiettivo era passare la vita facendo qualcosa che amo, insieme alle persone che lo amavano quanto me».

È qui che il discorso di Federer ha preso una direzione diversa rispetto alla tradizionale celebrazione di una carriera.

Non una sequenza di trofei e record, ma un viaggio attraverso ciò che gli ha permesso di raggiungerli.

Il bambino raccattapalle di Basilea

Quando Federer chiude gli occhi e pensa al tennis, la prima immagine che gli viene in mente non è Wimbledon, una finale Slam o la coppa sollevata da numero uno del mondo.

È Basilea.

Ha 13 anni ed è un raccattapalle agli Swiss Indoors.

«Sono appoggiato alla parete di fondo, le mani dietro la schiena e gli occhi sulla pallina», ha ricordato.

Guardava i professionisti da una distanza di pochi metri: il sudore, la tensione, il modo in cui cercavano di risolvere i problemi durante una partita.

Il giorno successivo, racconta sorridendo, aveva le gambe distrutte per essere rimasto in piedi così tante ore.

Da qui il ringraziamento rivolto a tutti i raccattapalle incontrati nella sua carriera:

«Vi vedo. Vi ringrazio. Anch’io ero uno di voi».

Federer aveva iniziato ancora prima. I genitori raccontano che aveva preso in mano una racchetta già a tre anni.

«Era la racchetta di legno di mio padre. Sono così vecchio che sono cresciuto con una racchetta di legno e le palline bianche», ha scherzato.

Era talmente pesante che da bambino colpiva sia diritto sia rovescio a due mani. Difficile immaginare che sarebbe diventato uno dei simboli più grandi del rovescio a una mano.

«Il tennis è diventato il tessuto della mia vita»

Federer giocava ovunque.

Contro gli armadi della camera, contro la porta del garage dei nonni, sui muri del circolo. Ma praticava anche calcio, basket, badminton, ping pong e andava in skateboard e in bicicletta.

Quando giocava a calcio immaginava di essere Maradona o Zidane; nel basket diventava Michael Jordan o Shaquille O’Neal.

Ma alla fine tornava sempre alla racchetta.

«Il tennis era l’evento principale. È diventato il tessuto della mia vita».

Federer ha insistito soprattutto su una parola: giocare.

Non lavorare. Non vincere. Giocare.

«Questo sport richiede lavoro e allenamento, ma il senso del gioco mi ha accompagnato sempre. Quando lavoro e gioco diventavano la stessa cosa, quella era la sensazione migliore».

Per questo, ha spiegato, non si è mai percepito innanzitutto come un atleta professionista.

«Ero semplicemente un giocatore di tennis».

L’emozione quando ricorda i suoi allenatori

Uno dei momenti più intensi della cerimonia è arrivato quando Federer ha iniziato a nominare le persone che considera parte della propria personale Hall of Fame.

Il preparatore atletico e mentore Pierre Paganini, poi Peter Carter e Peter Lundgren, entrambi scomparsi, José Higueras, Paul Annacone e Tony Roche.

E ancora il suo idolo d’infanzia Stefan Edberg, Reto Staubli e Ivan Ljubicic.

Quando è arrivato il momento di parlare di Severin Lüthi, al suo fianco per 18 anni, Federer non è più riuscito a nascondere le lacrime.

«Il ruolo di Severin nella mia vita e nella mia carriera è ancora più grande di quel numero».

Lüthi, ha spiegato, sapeva motivarlo quando ne aveva bisogno e proteggerlo quando era necessario.

Federer si è fermato, ha cercato di riprendere il discorso e ha scherzato con il pubblico: «Ce la faremo, ve lo prometto».

Mirka: «Quando gli dissi che non avrei più viaggiato, Roger rispose: allora smetto di giocare»

Prima di Federer era stata proprio Mirka a regalare uno dei momenti più emozionanti della serata.

Ha ricordato il loro incontro alle Olimpiadi di Sydney nel 2000: lei aveva 21 anni, Roger 18 e ancora zero titoli ATP.

Da quel momento Mirka è stata presente durante tutti i 103 successi arrivati successivamente.

Ma il passaggio più significativo ha riguardato la famiglia.

Quando Mirka scoprì di aspettare per la prima volta due gemelle, disse a Roger che probabilmente non avrebbe più potuto accompagnarlo in giro per il mondo.

La risposta fu immediata:

«Allora non giocherò più».

Mirka ha sottolineato che non si trattava di una frase teatrale. Federer lo pensava realmente.

Alla fine trovarono un’altra soluzione e il circuito diventò la casa itinerante della famiglia Federer: passeggini, giocattoli, libri, hotel e successivamente due coppie di gemelli.

«I trofei e i record sono straordinari, ma sono soltanto una parte della sua eredità», ha detto Mirka. «Ciò che mi rende più orgogliosa non è quello che Roger ha fatto quando il mondo lo guardava, ma ciò che è quando nessuno lo guarda».

Federer a Mirka: «Ci prendiamo per mano e attraversiamo i muri»

Roger ha ricambiato poco dopo.

Nel suo discorso ha definito Mirka molto più di una moglie.

«È stata la mia allenatrice, la mia sparring partner prima delle partite, il mio contatto con la realtà e anche la mia stylist. E ne avevo decisamente bisogno», ha scherzato.

Poi il tono è diventato nuovamente emozionato.

Federer ha spiegato che Mirka gli ha insegnato a concentrarsi maggiormente sul tennis e contemporaneamente a godersi tutto ciò che esisteva al di fuori del campo.

«Ci prendiamo per mano e attraversiamo i muri», ha detto parlando del loro rapporto.

I numeri che Federer preferisce ricordare

Non è mancata naturalmente l’ironia.

Federer ha detto che, anziché parlare dei soliti numeri relativi a Slam e settimane da numero uno, preferiva presentare alcune statistiche decisamente differenti.

Secondo i suoi calcoli, tra il debutto nel circuito nel 1998 e il ritiro del 2022 avrebbe utilizzato oltre 5.000 fasce per capelli.

E poi circa 7.000 paia di calzini, anche perché spesso ne indossava due paia contemporaneamente.

Una volta, talmente nervoso per un primo turno di Wimbledon, si accorse dopo la partita di averne messe addirittura tre paia.

E ancora: circa 10.000 racchette incordate nel corso di 25 anni.

Il Federer campione e il Federer capace di non prendersi mai completamente sul serio nello stesso discorso.

«Ero tifoso prima di essere giocatore e lo sarò sempre»

Federer ha raccontato di aver imparato progressivamente che il tennis non appartiene soltanto a chi entra in campo.

«È un intero ecosistema».

Genitori che accompagnano i figli, allenatori, raccattapalle, persone che preparano i campi, fisioterapisti, arbitri, addetti ai tornei e soprattutto tifosi.

«Ero un tifoso prima di essere un giocatore. Sono ancora un tifoso e lo sarò sempre».

Una frase che spiega anche perché Federer continui a frequentare tornei e manifestazioni dopo il ritiro.

«Il tennis significava il mondo per me. Non soltanto giocare o vincere, ma creare qualcosa di nuovo».

Il servizio e volée, le continue variazioni, le differenti posizioni in risposta e persino il celebre SABR sono stati per lui conseguenze naturali di quella curiosità.

«Volevo mostrare alle persone quanto fosse bello giocare a questo sport».

«Il mio tempo da giocatore è finito, ma questa non è una despedida»

Il finale del discorso è stato forse il passaggio più significativo.

Federer non ha nascosto che un capitolo della sua vita sia definitivamente concluso.

«Il mio tempo da giocatore è finito».

Ma immediatamente dopo ha aggiunto:

«Questo non è un addio».

Perché il tennis continua a trovarsi all’incrocio di tutto ciò che considera più importante: famiglia, amicizie, gli ultimi quarant’anni della sua vita e il futuro che sta costruendo.

«Sto ancora scrivendo la mia lettera d’amore al tennis».

È il modo con cui Federer descrive quello che sta facendo oggi.

Non più vincere Wimbledon, non più inseguire il numero uno o preparare una finale Slam. Continuare semplicemente a far parte dello sport che gli ha dato praticamente tutto.

Il messaggio alla nuova generazione

Federer ha concluso guardando avanti.

Ha attraversato generazioni completamente differenti: Pete Sampras e Andre Agassi, poi Andy Roddick, Lleyton Hewitt, Marat Safin e Juan Carlos Ferrero, quindi le rivalità con Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray.

Ora tocca ad altri.

Il suo auspicio è che, mentre il tennis diventa sempre più veloce, professionale e globale, non perda ciò che Federer considera fondamentale.

«Spero che conservi un po’ dello spirito amatoriale e il cameratismo tra giocatori».

E soprattutto:

«Spero che i giocatori rimangano giovani dentro e fedeli a ciò che sono realmente».

Poi il consiglio forse più “federeriano” possibile:

«Non smettete mai di fare domande o di correre rischi. Fate con il tennis cose che non abbiamo mai visto prima. Continuate a spingere questo sport al livello successivo e continuate a migliorare».

Non soltanto vincere, dunque. Inventare.

«Questo ragazzo di Basilea vi ringrazia»

Federer ha ricordato infine la propria fondazione e la Laver Cup come due dei modi attraverso i quali ha cercato di restituire qualcosa al tennis e alla società.

Ma ha invitato anche gli altri a costruire un ponte tra il grande tennis di ATP, WTA, ITF e Slam e quello che continua a esistere lontano dalle telecamere.

Quello dei bambini che disegnano un campo con il gesso per strada. Quello di chi colpisce contro un muro. Quello dei genitori che accompagnano i figli agli allenamenti e dei raccattapalle pronti a scattare sotto il sole o nel freddo.

Federer ha detto che continuerà sempre a guardare il tennis attraverso quegli occhi.

Poi l’ultima frase:

«Questo ragazzo di Basilea vi ringrazia per questo incredibile onore e ringrazia tutti voi per aver condiviso il viaggio che ci ha portato fin qui».

Roger Federer è entrato ufficialmente nella Hall of Fame.

Ma ascoltando il suo discorso, la sensazione è che il riconoscimento che gli interessi maggiormente non sia quello inciso su una targa a Newport.

È essere riuscito, dopo migliaia di partite, venti Slam e una vita trascorsa sotto pressione, a rimanere ancora innamorato dello stesso gioco che da bambino praticava contro un muro a Basilea.