Ray Giubilo fa parte della storia del tennis. Chiunque abbia frequentato questo sport, dagli addetti ai lavori, ai fan sfegatati, al pubblico occasionale, è stato esposto ad almeno uno dei suoi scatti. È il destino del fotografo, specie quello sportivo: stare un po’ in disparte mentre si crea una testimonianza la cui fama precederà di molto quella dell’autore. Tra i soggetti dei suoi scatti ci sono quasi tutte le leggende del tennis, da Pete Sampras a Roger Federer, passando per le sorelle Williams, Rafael Nadal, Novak Djokovic, i campioni contemporanei e i rappresentati del tennis italiano.
Giubilo è nato nel 1956 da genitori italiani ad Adelaide, Australia. La sua famiglia è poi tornata a Trieste, dove Ray è cresciuto (insieme alla sua passione per il tennis, fervente nel capoluogo friulano) prima di tornare down under.
È li che, negli anni ’80, ha iniziato la sua carriera da fotografo, cominciando dalla moda, ma collaborando anche con Sergio Tacchini per esplorare il mercato australiano. Tutto è cambiato nel 1989, quando ha ricevuto il suo primo accredito per l’Australian Open. Trieste, però, non se n’è mai andata dal cuore di Giubilo: “Ho cominciato nel tennis anche grazie a Leo Bassi, un giornalista triestino che ai tempi scriveva per la rivista Matchball. Ho sempre voluto tornare a Trieste e collaborare con altri concittadini per dare vita a un progetto come Flying Racquets”.
Flying Racquets
Fast forward: dopo 37 anni di carriera, Giubilo ha riportato il suo lavoro a Trieste con la mostra temporanea (luglio-settembre 2026) Flying Racquets. Il progetto prosegue e amplia la linea tracciata dal libro omonimo uscito nel 2025 in occasione delle Nitto ATP Finals di Torino.
Quali sono le differenze tra il libro e la mostra?
In questa occasione ho avuto modo di scegliere alcune foto un po’ più personali, che non sono state pubblicate nel libro. Volevo dare qualcosa in più agli appassionati, cercando di aggiungere qualcosa soprattutto dal passato.
Ci sono infatti anche dei bellissimi cimeli.
Certo, una scarpa destra di Cilic (sorride), racchette d’epoca, palline di match ufficiali e foto in formato ridotto in quanto sviluppate ai tempi.
La collezione ‘Terra Rossa’
Le tue fotografie sono ben accompagnate.
Esatto, ci sono anche i bellissimi quadri di Federica Ramani, una pittrice triestina. Anzi, un’artista a tutto tondo, è molto eclettica. Oltre a lavorare con differenti medium e tecniche, fa trompe l’oeil, interior design e tanto altro.
Ramani, ispirandosi alle tue foto, ha dato vita a delle nuove opere.
Esatto, e sono opere uniche: la serie si chiama ‘Terra Rossa’, e non sono solo parole. Oltre ai colori acrilici e l’encausto, Federica ha utilizzato della vera e propria terra rossa presa da un circolo di tennis di Trieste. È una tecnica che richiede una grande cura e molto tempo, perché non è facile far stare la terra rossa su una tela.
Sono presenti rivisitazioni di tue foto di Djokovic, Sinner, Schiavone, Tsitispas, Serena Williams e una versione della celebre ‘frusta liquida’ di Roger Federer, un’idea di David Foster Wallace.
Il quadro di Djokovic è un ottimo esempio: prima ha dipinto il soggetto, poi l’ha coperto di scotch di carta per lavorare con la terra vera e propria. Dopo tante prove, diversi collanti, e un lavoro con le dita e con le unghie, finalmente la tecnica ha funzionato.
Si vede che questi quadri ti hanno appassionato.
Molto! Infatti vorrei che me ne lasciasse qualcuno, ma penso che voglia tenerseli. Forse le farò un’offerta…
Com’è nata questa collaborazione?
Sono arrivato a lei perché cercavo un’artista di valore che accettasse di fare una mostra insieme a me. L’ho conosciuta attraverso degli amici in comune, le ho proposto l’idea e lei ha accettato subito.
È un lavoro partito da lontano: la prima mostra insieme l’abbiamo fatta nel 2022, a Torino, insieme alle BCT (Biblioteche Civiche Torinesi), e si chiamava Let It Bounce.
Lo US Open 2026
Passiamo all’attualità: questo è stato il tuo 32esimo US Open consecutivo (e il 132esimo Slam di fila) da addetto ai lavori. Si è discusso molto di alcune scelte logistiche e organizzative ma tu, da dentro, hai notato differenze?
Purtroppo è stata l’edizione peggiore a cui ho partecipato. Ci sono stati subito alcuni problemi: con i lavori sull’Arthur Ashe Stadium hanno eliminato il primo parterre, dove c’era la passeggiata attorno al campo. L’idea era di aumentare i posti a sedere, ma non sono riusciti a finire i lavori.
Cosa mancava?
La sala stampa non era pronta, c’erano problemi strutturali con il soffitto, e anche in campo: delle fognature hanno ceduto, quindi per qualche giorno non è stato per niente piacevole stare lì sotto.
E cosa pensi della polemica sugli influencer, quest’anno accreditati in massa e già esclusi da Wimbledon 2027?
Secondo me il tennis non ha bisogno degli influencer. Quest’anno ne hanno accreditati 100, l’anno scorso erano 54. L’idea è quella di sfruttare i loro follower, ma non funziona così. A parte la quantità di follower ‘fittizi’, o non veramente attivi, non è così che si crea un legame con il tennis.
Quale può essere una soluzione?
Non vederli come veri e propri membri dei media, ma come intrattenitori. In questo caso erano mischiati con giornalisti veri e propri, quindi hanno preso posti in sala stampa di addetti ai lavori che ne avrebbero beneficiato.
Ovvero?
C’erano giornalisti che non avevano posto fisso, ma a votazione, quindi per conto mio non è una cosa positiva. Poi, c’è la questione del rumore: mi è capitato di essere al Louis Armstrong Stadium, e in alto c’era un gruppo di 10 influencer che non stavano guardando la partita, ridevano, mangiavano e bevevano mentre creavano contenuti col telefono. Non è bello per i professionisti che si pagano viaggi e alloggi per lavorare seriamente.
Parte di questo lavoro la potrebbe fare anche un giornalista? Forse anche meglio?
Cero, ci sono dei giornalisti che sono molto esperti di tecnica, e sulle loro pagine social vedo dei bei video e delle belle foto. Certo, sono contenuti destinati a rimanere in formato piccolo, non come le mie foto, ma hanno la loro utilità.
Per esempio?
Se i tornei ci lasciassero usare i telefoni, oltre alle macchine fotografiche, si potrebbero realizzare dei video a scopo puramente tecnico: una sequenza di un movimento, di un servizio, di un rovescio, viene meglio con un telefono rispetto alla macchina. Quindi, se lasciassero fare questo lavoro agli esperti, sarebbe molto meglio
I campioni italiani
In questa fase di apice del tennis italiano sorge spontaneo chiedere a un giramondo come te: come vengono viste le nostre star dal resto del mondo?
Devo dire che molti ci sono rimasti male! I risultati di Paolini non sono stati una gran sorpresa, perché le donne hanno ottenuti grandi successi in anni recenti, tra Pennetta, Vinci, Errani e le altre ragazze della Fed Cup (ora Billie Jean King Cup). Ma quando è esploso il tennis italiano maschile non se l’aspettava nessuno.
E non è piaciuto?
No, l’hanno dovuto accettare a denti stretti. Il punto non è solo Sinner, è un’invasione! Ogni torneo salta fuori qualcuno che i media internazionali non hanno mai sentito nominare, che arriva dai Challenger e passa le qualificazioni a uno Slam, come ha fatto Guerrieri questi’anno.
Il tennis è uno sport individuale, ma questa generazione di tennisti italiani ha dato vita a una vera e propria squadra. Confermi?
Assolutamente si. Da quando Berrettini e Sinner hanno dato il primo esempio, niente è più impossibile, e tutti si spingono a migliorare. Questo crea una sana competizione, a diversi livelli. Cobolli e Musetti puntano a stare in top 10, Arnaldi in top 30, Sonego in top 50, poi ci sono Bellucci e tanti altri.
Un’ambasciata itinerante.
Si, è un gruppo compattissimo. Altri paesi, soprattutto gli Stati Uniti in passato, hanno avuto grandi rivalità interne. Quando gli italiani viaggiano per uno Slam, si incontrano per mangiare, passano tempo insieme, anche gli staff sono una grande famiglia. A New York, per esempio, vanno tutti, me compreso, al ristorante di Giovanni Bartocci, Via della Pace. Aiuta tantissimo gli italiani a non sentire la nostalgia di casa.
It’s not Halloween
Come non chiederti della tua foto più popolare, quella scattata a Jasmine Paolini allo US Open 2025. In fotografia si usa spesso la tecnica della ‘quinta’, ovvero un elemento che copre parte del soggetto, per creare curiosità.
La curiosità infatti sta negli occhi di Jasmine. Oltre a essersi allineati con il logo disegnato sulle corde, si intravede uno sguardo concentratissimo, che sarebbe passato quasi inosservato senza la racchetta davanti, che copre ma rivela allo stesso tempo.
Parlando di quinte, ho esposto una foto di Carlos Alcaraz all’Australian Open per la quale ho usato un ostacolo che creasse una ‘striscia’ di luce insieme all’ombra naturale della Rod Laver Arena durante il tramonto.
Progetti futuri
E ora, cos’hanno in serbo i prossimi mesi per Ray Giubilo?
Ho qualche progetto in cantiere, qualcosa di scritto e spero anche altre esposizioni. Di sicuro c’è il Challenger 50 di Bari! Poi l’ATP 500 di Vienna, e le ATP Finals di Torino, ovviamente.
Girare il mondo è ancora la tua passione?
Certamente. Seguirò il tour ancora per almeno un paio d’anni. Voglio andare nei tornei in cui non ho mai lavorato, come il Golden Swing sudamericano. Prima di smettere di girare voglio fare almeno una volta tutti i tornei a disposizione. Mi piacerebbe coprire anche i tornei junior, che sono sempre molto interessanti.
E poi?
E poi c’è il mio archivio. Oltre alle mie foto, che comunque coprono diversi decenni di tennis, ho acquistato archivi di altri fotografi, e sto lavorando a ritroso per vedere e catalogare tutto. Spero di poter condividere quanto più materiale possibile, passando dalle foto in digitale per tornare poi a quelle in analogico. È un lavorone, e per farlo dovrò selezionare un po’ i tornei.
