Tommaso Compagnucci, attuale numero 358 del ranking ATP, è un tennista italiano classe 1999, diventato “professionista completamente per caso” come rivela nell’intervista esclusiva rilasciata a Spazio Tennis. Fino ai 21 anni il tennis è un grande amore, un’attività sportiva stimolante, ma niente di più. Poi un incrocio con Simone Vagnozzi (ad oggi allenatore di Jannik Sinner) cambia ogni cosa. “‛Vagno’ allenava Stefano Travaglia e mi chiese di fargli da sparring a San Benedetto del Tronto, guardandomi colpire mi disse che secondo lui c’era del potenziale per fare il giocatore di tennis” racconta Compagnucci. Nella sua storia, tra aneddoti, studi universitari e sogni, svolgono un ruolo importante proprio l’intreccio con Vagnozzi e il legame con la sua terra d’origine, le Marche.
Difatti, anche il riferimento a San Benedetto non è casuale: Compagnucci considera la cittadina costiera “una seconda casa”, ma il suo vero rifugio è Macerata. Poco più di 40.000 abitanti, incastonata nell’entroterra marchigiano, Tommaso parla così della sua città natale: “Se penso a casa, penso a Macerata. È il primo posto in cui voglio tornare quando perdo una partita, ovunque mi trovi nel mondo”.
Il ruolo di Macerata
Macerata è al centro della crescita tennistica di Compagnucci che, nel corso del 2026, ha vinto il sesto e il settimo titolo ITF in carriera (M15 Palm Coast, M 15 Naples, entrambi a febbraio) e giocato altre due finali di pari categoria nel mese di marzo. Inoltre, ha superato con crescente continuità le qualificazioni del circuito Challenger, arrivando a toccare il proprio best ranking (358, appunto).
“Da dicembre 2025 sono tornato a vivere ed allenarmi a Macerata, c’è un progetto per costruire un’accademia e ospitare qualche torneo – racconta Tommaso -. È stato il grande cambiamento rispetto alle stagioni precedenti”. Prima del ritorno alle origini si allenava proprio a San Benedetto del Tronto, (provincia di Ascoli-Piceno, un’ora di strada circa da Macerata) dove la sua carriera prende avvio in maniera improvvisa ed inaspettata.
Professionista all’improvviso
Compagnucci, all’epoca già 21enne, dopo la giornata da sparring a “Steto” Travaglia inizia la propria carriera professionistica nel 2021. Nel frattempo, ha iniziato gli studi in psicologia all’Università Carlo Bo di Urbino, che poi conclude laureandosi. “Più facile di quanto si pensi, studiavo nei momenti morti dei tornei e nei viaggi” dice con estrema naturalezza. Il tennis, però, esisteva già da prima che Vagnozzi vedesse in lui del potenziale. Racconta: “Ho iniziato a 5 anni perché mio fratello maggiore Nicolas giocava a sua volta, non ho nemmeno provato altri sport”. Per tanti anni rimane solo uno svago: “Per me era un divertimento. Mi piaceva allenarmi e, pur cercando di essere la miglior versione possibile di me stesso, non mi mettevo particolari pressioni addosso”.
Da quel 2012 post-Covid inizia, dunque, la lunga scalata nei tornei minori per Compagnucci: “Quando passi da Junior a Pro perdi tutte le settimane, devi capire che i risultati si vedono nel corso degli anni, non delle settimane”. A proposito di risultati e di crescita, Tommaso ricorda un altro aneddoto che coinvolge Vagnozzi: “Una delle prime cose che mi disse fu che avrei visto i frutti del lavoro dopo 3-4 anni. È la prospettiva giusta da adottare, non puoi credere di vedere dei progressi dopo una settimana”.
Il movimento italiano e la Top 100
Parlando di progressi, Compagnucci analizza quelli del movimento tennistico italiano e ammette di viverli come uno stimolo: “I risultati degli altri ti spingono a fare meglio, un campione come Jannik si trascina un movimento intero e fa sì che arrivino ad altissimi livelli anche altri”. Al tempo stesso, il classe ’99 riconosce come “la percentuale che un giocatore diventi Sinner è davvero irrisoria, tutta l’attenzione sul tennis ha fatto perdere un po’ il senso della misura”. L’attuale numero 358 del ranking vive con molta serenità il “fenomeno Sinner”: “Noi altri ci crediamo perché giocare a tennis è ciò che ci piace, ma non possiamo aspettarci di diventare tutti Jannik”.
D’altronde il livello è estremamente alto anche al di fuori della Top 100, anche se “chi non lo vive sulla propria pelle fa un po’ fatica a capirlo”. Tommaso Compagnucci evidenzia quella che, dal suo punto di vista, è la grande differenza tra i Top 100 e i giocatori con classifica più bassa: “Escludendo i fenomeni, un Top 100 medio esprime un livello altissimo per tante settimane. Il tennis richiede continuità e uno dei migliori cento al mondo, anche quando gioca male, non gioca poi così male”.
Punti di vista e obiettivi
Parlando con il marchigiano emergono idee chiare, anche quando si toccano tematiche più delicate: “Palline? Basterebbe siglare un accordo con un unico fornitore, ci aiuterebbe molto”. Così come, dal suo punto di vista, rimane molto da fare per aiutare economicamente i giocatori: “È vero che si potrebbe fare molto di più per noi perché ATP ed ITF chiudono ogni anno con ricavi enormi. Riconosco che Tommaso Compagnucci non faccia vendere gli stessi biglietti di Sinner, ma tutti i provvedimenti vanno a beneficio dell’élite”. Compagnucci fa due esempi in particolare: il taglio dei punti assegnati da Challenger ed ITF a beneficio dei tornei maggiori e il programma “Baseline” dell’ATP che garantisce un prize money minimo solo ai primi 250 giocatori del mondo.
Pensieri chiari e precisi che sono ancor più evidenti parlando di obiettivi personali. “Nel 2026 volevo avvicinare la Top 350, visto che ci sono riuscito prima del previsto, ora punto ad arrivare il più in alto possibile – racconta il 25enne -. A lungo termine sogno di giocare le qualificazioni di uno Slam, è l’obiettivo di chiunque abbia almeno un punto ATP”. Idee chiare, traiettoria tracciata, profondo legame con le sue origini, modi pacati e affabili, aneddoti incredibili (“Durante un ITF in Bulgaria chiesi medical time out per un forte dolore alla pancia, finita la partita peggiorò e finii operato d’urgenza per l’appendicite ad oltre 2000 km da casa, raccomando la sanità bulgara!”). In sostanza, Tommaso Compagnucci.
