New York è una città speciale per Juan Martin Del Potro. Sull’Arthur Ashe realizzò il sogno coltivato fin da bambino, diventare un campione nel tennis vincendo lo Slam americano, quello che ha sempre sentito a lui più vicino. Era il settembre del 2009 e un giovanissimo “Delpo” scese in campo in finale contro la Leggenda massima di quell’epoca, sua maestà Roger Federer, campione in carica nel torneo da 5 anni di fila, nessuno come lui. L’incontro inizia con una normale tensione dell’argentino, il suo braccio non è sciolto mentre Roger va col pilota automatico. Lo svizzero domina: serve bene, è un fulmine nel coprire ogni angolo e fa tutto bene, assai meglio di Juan Martin, soggiogato dalla qualità a tutto campo del campionissimo. Federer vola, ma nel secondo set commette un gravissimo errore: già avanti di un break, con l’incontro in pugno, prova un paio di giocate quasi eccessive, irridenti. Un punto soprattutto, uno schema di tocco che davvero coglie in contro piede Del Potro, mettendo in luce la pesantezza del suo incedere e scatena il boato del pubblico. Ancora non lo sa, ma quella giocata un po’ sopra le righe costerà a RF la sconfitta, amarissima, nella finale di US Open 2009.
Del Potro infatti dopo quella giocata alza lo sguardo al pubblico, tutto per l’elvetico. Ma quel punto perso così malamente è lo schiaffo in faccia di cui aveva bisogno per scuotersi. Mentalmente ha perso, non c’è niente da fare. Tanto vale liberare il braccio, iniziare finalmente a picchiare la palla con quella pesantezza che nessuno sul tour possiede. Nel punto successivo “allo smacco”, Del Potro tira un diritto terrificante. Un boato squarcia l’Ashe, ma quella pallata irreale è molto di più di un singolo punto, una goccia in un mare per lui agitato. Diventa un urlo di guerra, la scossa elettrica che lo porta fisicamente in partita. Federer con discreta sufficienza non se ne cura, ma da lì in avanti il diritto dell’argentino diventa una tigre, un’ondata inarrestabile. I piedi pesanti di JMDP diventano leggeri, mentre Federer finalmente capisce che l’altro è entrato in partita, si è scrollato di dosso la tensione di una occasione così grande. Il match cambia, Del Potro rimonta e la partita diventa una battaglia terribile, anche fisica, e di prepotenza l’argentino batte lo svizzero e trionfa. Una finale indimenticabile che consegna al grande tennis un nuovo giovane, fortissimo e amato protagonista.
Federer non capì di aver esagerato, e non riuscì ad arginare la reazione furibonda di Del Potro. Juan Martin purtroppo non poteva sapere che da lì in avanti la sua carriera, invece di iniziare un nuovo magnifico capitolo, entrerà in un vortice perverso di crolli mentali, infortuni gravissimi e stop di mesi, anni. Purtroppo quel talento tecnico, il diritto più potente mai visto, andranno a singhiozzo e nella casella Slam resterà solo quello vinto a New York nel 2009. Tornerà in finale nel torneo nel 2018, in uno dei suoi rari momenti di forma e salute, ma un Djokovic troppo forte impedirà il bis. L’argentino è tornato a Flushing Meadows come analista per ESPN Latina e ha rilasciato una intervista a CNN Chile, riportata anche da Clay. Questi i passaggi più interessanti del pensiero di Delpo, tennista amatissimo in tutto il mondo.
In attesa della finale di US Open 2026, Del Potro è ancora l’ultimo campione Slam non nato in Europa. 17 anni di dominio europeo… “Un grande record, no?” sorride Juan Martin. “Credo siano quasi 80 Slam, ma mi sembra che in questo torneo questa statistica possa essere interrotta. Vediamo se Shelton riuscirà a vincere questo Slam”.
Chiedono all’argentino un ricordo di quella storica notte a New York contro Federer, la vittoria più grande della sua carriera. “Il ricordo più nitido è ovviamente il momento in cui ho sollevato la coppa. È un’immagine indelebile. Lo ricordo come se fosse successo pochi giorni fa. Non dimentico neppure quando sono arrivato negli spogliatoi dopo la vittoria: tutto il mio team stava festeggiando e, vicinissimo a me, c’era il team di Roger, c’era anche lui. E invece di impedirmi di godermi quel momento, si avvicinarono tutti, mi abbracciarono, erano felicissimi per me e, anzi, mi diedero quasi il via libera per festeggiare la vittoria in questo grande torneo”.
La sua carriera viene spesso paragonata a quella di Marcelo Ríos. Due leggende del tennis latinoamericano, insieme a Vilas e Kuerten. “Il Chino era un giocatore di talento straordinario, uno di quelli che era un piacere guardare giocare: era mancino e faceva cose meravigliose. Ricordiamo sempre il momento in cui diventò numero uno vincendo il torneo di Miami, che all’epoca veniva chiamato il quinto Slam. Il Chino è stato uno dei grandi del tennis latinoamericano”.
La gente ricorda più l’essere stati numeri uno o aver vinto uno Slam? “Non lo so, dovresti chiederlo ai tifosi” afferma Del Potro. “Credo che entrambe le cose siano memorabili, sono traguardi che permettono di entrare nella storia dello sport, nella storia del tennis. Alcuni possono dire una cosa, altri un’altra: è molto personale. Io ho sempre sognato di vincere gli US Open fin da bambino e, è pazzesco, ma l’unico Slam che sono riuscito a vincere è stato proprio lo US Open. Per me ha un valore immenso”.
Del Potro, Gabriela Sabatini (1990) e Vilas (1977) un tris di campioni argentini a US Open. Da anni c’è una richiesta affinché Vilas venga riconosciuto dall’ATP come numero uno del mondo. Cosa ne pensa? Crede che sarebbe giusto? “Per noi argentini, e credo per tutti i latini e sudamericani, Vilas è stato il grande punto di riferimento. È lui che ha segnato la storia di questo sport, facendo sì che tutti gli altri iniziassero a giocare e che la gente si appassionasse al tennis. Ha giocato in un’epoca in cui questo sport era molto seguito e c’erano tantissime stelle. Credo che sarebbe molto bello e assolutamente meritato poterlo vedere riconosciuto”.
Del Potro è stuzzicato sul presente: si vedrebbe in lotta per i titoli Slam oggi contro Jannik Sinner e Carlos Alcaraz? Franca la risposta di Juan Martina: “Non saprei…. Loro sono molto giovani e hanno una potenza enorme. Credo sia meglio stare da questa parte, commentare le loro partite e godermi il loro tennis, perché quello che sto vedendo è una prestazione fisica davvero impressionante. A quel livello il corpo viene sottoposto a uno stress enorme. E poi, alla fine, quando il tennis finisce, arrivano dolori che non sono affatto piacevoli. Quindi lasciatemi pure da questa parte (sorride)”.
