“Vivo a Panama da un anno, dove il tempo è sempre bello, e qui ho ripreso a giocare anche un po’ a tennis, dopo che negli ultimi anni mi ero specializzato quasi soltanto sul padel. Nonostante questo cambio di rotta, la mia carriera più importante resta legata alla racchetta da tennis“. Così Diego De Vecchis si è raccontato ai microfoni di Spazio Tennis. Ex numero 3 Under 16 europeo da Junior, il romano classe ’81 ha ripercorso i suoi primi passi nei circoli della Capitale: “Sono di Roma, ho iniziato al Foro Italico due o tre anni prima che mi chiamasse il Tennis Club Parioli, dove ho raggiunto buoni risultati nazionali con il circolo: abbiamo vinto sei titoli italiani in sette anni nelle gare a squadre, giocando Serie B e Serie A“.

LA SVOLTA

La svolta giovanile è arrivata presto con il trasferimento in Emilia-Romagna per fare il salto di qualità: “A 13 anni mi ha convocato la Federazione, quando esisteva il Centro Tecnico Nazionale di Cesenatico: sono andato via di casa per inseguire il sogno e provarci. Studiavamo e vivevamo in un hotel, ci allenavamo, andavamo in giro per tornei. Era la vita che sognavo, molto bella e molto formativa, perché impari a vivere da solo, viaggiare per il mondo, imparare le lingue. La routine di quegli anni era scandita da ritmi serrati e da una grande disciplina, tra la sveglia alle sei di mattina, la scuola, i trasferimenti in bicicletta nel freddo invernale e i duri allenamenti di atletica e campo, seguiti da una dieta bilanciata in cui la pasta rappresentava il carburante principale per sostenere i carichi di lavoro“.

LA VITTORIA CONTRO FEDERER

Nel suo percorso da junior si incrociano le strade di giocatori destinati alla storia, a partire da Roger Federer, affrontato per due volte nelle categorie giovanili. “In realtà sono gli altri che spingevano molto su questa cosa, a me non piaceva parlarne troppo: avevo sempre l’idea di arrivare su, non mi facevo grande per questo. Si sa che a livello giovanile è diverso, anche se la seconda partita è stata a 17 anni, più o meno al Bonfiglio“.

Il primo incrocio risale alla categoria Under 14, al celebre torneo Les Petits As di Tarbes: “Lì c’è l’aneddoto simpatico: perdiamo entrambi al primo turno. C’era il torneo di consolazione, io vado a vedere il tabellone un po’ sconsolato perché non avevo giocato bene, leggo ‘Roger Federer’ e penso: ‘Meno male, forse una partita la vinco’. Fino a 16-17 anni ero io quello più quotato, ero considerato un po’ più forte, e la classifica mondiale lo rispecchiava: a 14 anni facevo semifinali ai campionati europei, in Italia ero sempre tra i primi due; a 16 anni ho chiuso numero 3 al mondo“.

IL SECONDO INCROCIO CON LO SVIZZERO

Il secondo incontro con lo svizzero avvenne qualche anno dopo, in occasione delle qualificazioni al Torneo Bonfiglio, in una partita rimasta memorabile anche per un errore arbitrale: “Ho perso il primo set 6-4, poi vincevo 6-1 4-1 e ho perso 7-6 al terzo. Lì c’è un aneddoto incredibile: il Bonfiglio non ha il tie-break, ma noi forse siamo stati gli unici a giocarlo perché l’arbitro si è sbagliato e si è dimenticato che non ci dovesse essere. Chissà come sarebbe finita senza tie-break“.

I due si ritrovarono di nuovo nel 2006 al Foro Italico, quando De Vecchis gli fece da sparring partner prima del torneo romano, approfittando della passione dell’allora numero uno del mondo per la Roma e per Francesco Totti. Analizzando la crescita del fuoriclasse elvetico, De Vecchis ricorda come a 15 anni si vedesse una scioltezza diversa, ma Federer commettesse ancora molti errori e si innervosisse facilmente, prima che il lavoro della Federazione svizzera lo trasformasse nel dominatore del circuito.

PASSAGGIO AL PROFESSIONISMO

Il passaggio al professionismo ha introdotto però ostacoli complessi, legati soprattutto ai costi insostenibili dell’attività individuale. “La Federazione ti allenava, ti faceva studiare e puntava su di te fino ai 18 anni, poi dovevi cavartela da solo, non esisteva l’over 18 come oggi. Secondo me è stato un limite: chi non poteva economicamente provare davvero a fare il giocatore veniva tagliato fuori. Io non vedevo l’ora di giocare per i punti e entrare in classifica mondiale: ci sono riuscito con uno o due punti, ma era impossibile per me e la mia famiglia sostenere viaggi aerei, hotel, maestro. Quando la Federazione ci ha lasciato è stata una forte botta“.

In quegli anni di attività De Vecchis ha condiviso i campi con i migliori italiani della sua epoca, stringendo un legame fraterno con Potito Starace e affrontando più volte Filippo Volandri e Paolo Lorenzi, battezzando inoltre un’annata internazionale straordinaria come quella ricca di campioni del calibro di Marat Safin, Juan Carlos Ferrero e Lleyton Hewitt.

SUL TENNIS DI OGGI

Oggi guarda con grande entusiasmo ai successi del tennis azzurro guidato da Jannik Sinner e dagli altri italiani nei primi posti del ranking, pur notando come il tennis moderno sia diventato molto più fisico e potente a scapito, talvolta, della sensibilità e della varietà di gioco. Contemporaneamente, la sua attenzione professionale si è concentrata sul padel e sull’insegnamento all’estero, compresa un’esperienza di due anni a Santo Domingo. “Il tennis è molto più lungo da imparare. Il padel è esploso per la facilità: la racchetta è più piccola e senza corde, quindi più facile da gestire. In più si gioca in due, quindi è più divertente e più facile da vivere bene già dal primo giorno. Se uno inizia a 10 anni, a 20 può competere bene, e con la prima generazione di ragazzi che in Italia sta iniziando davvero da piccoli con il padel vedremo crescite importanti nei prossimi dieci anni“.