Chi guarda oggi il mercato delle sneakers trova al vertice modelli nati sul parquet del basket o sulle tavole dello skateboard. È un’immagine parziale. Per un quindicennio abbondante, tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Novanta, il posto in cui si decideva l’aspetto delle scarpe sportive è stato il campo da tennis. E il motore non era il marketing: era il regolamento.

Il bianco come vincolo creativo

Nel 1965 adidas immette sul mercato una scarpa da tennis in pelle con suola in gomma, pensata per dare al piede un sostegno che le calzature in tela dell’epoca non offrivano. Non si chiama ancora Stan Smith: porta il nome di Robert Haillet, tennista francese e primo volto del progetto. Quando Haillet si ritira, all’inizio degli anni Settanta, adidas ha bisogno di un giocatore in attività: la scelta cade su Stan Smith, che nel giro di pochi mesi vince gli US Open e poi Wimbledon e diventa numero uno del mondo. Per anni convivono sulla stessa scarpa il ritratto di Smith e il nome di Haillet. Solo dal 1978 la denominazione diventa quella che conosciamo.

Quello che conta, però, è il disegno. Tomaia bianca, nessuna delle tre strisce laterali del marchio — sostituite da tre file di fori — e un unico dettaglio di colore sul tallone. Non è una scelta di stile: è ciò che il dress code dell’epoca consentiva. Il vincolo, invece di limitare il design, lo ha costretto all’essenziale. Ed è esattamente il motivo per cui quella silhouette è ancora in produzione sessant’anni dopo, mentre novantanove scarpe sportive su cento degli anni Sessanta sono scomparse: l’essenziale non invecchia.

McEnroe, ovvero la ribellione dentro il regolamento

Vale la pena ricordare che Nike entra nel tennis prima ancora che nel basket. Il primo atleta messo sotto contratto dal marchio dell’Oregon è un tennista, Ilie Năstase. Quando Năstase cambia sponsor, l’azienda punta su John McEnroe: l’uomo perfetto per vendere un prodotto senza dover sottoscrivere il sistema di valori del tennis di allora.

Nel 1984 arriva la sua scarpa firmata, la Mac Attack. Taglio più alto della media, base in mesh traspirante, pannelli in pelle, inserti grigi e argento, linguetta a scacchi. In mezzo a un campo di scarpe bianche sembra un errore di stampa. Non lo è: quella combinazione di grigio, nero e bianco è calibrata per restare dentro le regole sull’abbigliamento di Wimbledon. È una ribellione a norma di regolamento — che poi è la definizione più esatta di McEnroe giocatore.

L’incidente che ha creato la sneaker moderna

La scarpa che cambia davvero le cose, però, non è una scarpa da tennis.

A metà anni Ottanta il designer Tinker Hatfield nota che in palestra le persone si portano due paia di scarpe: una per correre, una per i pesi. Ne progetta una sola capace di fare entrambe le cose. Nasce la Air Trainer 1, il primo cross-trainer della storia: più stabile di una running, più bassa di una da basket, cinturino sull’avampiede, appoggio laterale allargato. Persino i colori — nero, grigio, bianco e un verde acido — arrivano dagli attrezzi della palestra che l’aveva ispirata.

McEnroe, rientrato nel 1986 dopo una pausa dal circuito, riceve un pacco di prototipi da provare in allenamento, con la raccomandazione esplicita di non usarli in torneo. Sceglie proprio quello che nessuno aveva pensato per lui, e lo porta in campo. In Nike se ne accorgono a cose fatte. Poi, invece di fermarlo, gli costruiscono versioni dedicate con suole diverse per erba e terra battuta.

È il momento preciso in cui salta il principio secondo cui ogni sport ha la sua scarpa. Da lì in avanti una calzatura può appartenere a più contesti contemporaneamente: è la premessa di tutto ciò che oggi chiamiamo sneaker.

Agassi e la fine del bianco

Nel 1988 Nike mette sotto contratto un diciottenne di Las Vegas. Anche Andre Agassi comincia con la Air Trainer 1, poi Hatfield gli costruisce addosso una linea intera, l’Air Tech Challenge.

Il punto di non ritorno è il Roland Garros del 1990, con la Air Tech Challenge II nella colorazione “Hot Lava“. Le telecamere smettono di inquadrare il gioco per inquadrare i piedi. Il presidente della federazione francese arriva a ventilare l’introduzione di un dress code integralmente bianco sul modello di Wimbledon. Quanto a Wimbledon, Agassi il problema lo aveva risolto alla radice: non si presenta dal 1988 al 1990.

La storia si chiude con una nota che vale più di qualsiasi analisi di costume: nel 1992 Agassi vince Wimbledon. Vestito di bianco.

Poi le strade si sono divise

Dalla fine degli anni Novanta la specializzazione tecnica separa definitivamente i due mondi. Le scarpe da gioco diventano attrezzi: battistrada disegnati per una superficie sola, rinforzi contro il trascinamento del piede in scivolata, geometrie che sulla terra rossa servono e sull’asfalto sono inutili. Sono strumenti eccellenti, e infatti nessuno li indossa fuori dal campo.

L’eredità estetica passa tutta dall’altra parte. Ed è qui il paradosso: quei modelli oggi contano più fuori dal campo di quanto contassero dentro. La Mac Attack è tornata in produzione nel 2023, dopo anni in cui a tenerla viva erano stati i collezionisti; la Air Trainer 1 è rientrata in circolo con riedizioni e collaborazioni; le Air Tech Challenge sono state riproposte in più colorazioni, “Hot Lava” compresa. Nessuna di queste scarpe è più un attrezzo sportivo: sono oggetti da collezione, con un mercato secondario proprio, e si trovano oggi soprattutto presso rivenditori specializzati in sneakers e sulle piattaforme di resell.

Il tennis detta ancora stile, ma da fuori

L’influenza del tennis sull’abbigliamento non si è mai interrotta — è cambiato il canale. Non passa più dal prodotto tecnico, ma dall’immaginario: il bianco, la sobrietà dei codici del club, la linea pulita. È il motivo per cui, negli ultimi due o tre anni, silhouette basse e minimali sono tornate ovunque.

Con un’ultima ironia: la scarpa più tennistica che si possa comprare oggi, quasi certamente, non è una scarpa da tennis.