Kei Nishikori ha dato l’addio al tennis. A Tokyo, contro Frances Tiafoe, proprio il tennista che, in una recente intervista, aveva esaltato il gioco del giapponese parlando di un ritmo da ping pong. Per parlare di Nishikori, però, vorrei partire da un ricordo personale.
È il mese di agosto del 2008. A New York sta andando in scena il miglior torneo della carriera di Flavio Cipolla. Il romano è al terzo turno dopo aver superato, in due battaglie pazzesche, il ceco Hernych, tennista dal tennis piatto che più piatto non si può, e Hsien Hsun Lu, talentuoso tennista di Taipei. Al terzo turno Cipo gioca contro Wawrinka, in una delle tante epiche sfide tra Flavio e lo svizzero.
Mentre il sottoscritto soffre seguendo il livescore – no, non c’era la possibilità di seguire tutti i campi a scelta – su Eurosport va in onda il match, sempre di terzo turno, tra Kei Nishikori e David Ferrer. Lo spagnolo è numero 4 del mondo, mentre Kei è appena fuori dalla Top-100. Il giapponese ha 18 anni, ha vinto il Roland Garros Juniores due anni prima, a 16 anni, ed è considerato un predestinato. Già da 4 anni si è trasferito da Shimane, luogo di nascita, a Bradenton, dove Nick Bollettieri lo considera un futuro numero 1 al mondo.
Nishkori esalta e si esalta nei primi due set. 6-4 6-4. Il rovescio è poesia, i piedi volano e l’esplosività si nota nel dritto: Kei quando lo colpisce vola, è una specie di molla. Non a caso grazie a quel dritto in salto si parlerà anni di “Air K”. Il movimento non è ortodosso, e non sarà mai un colpo perfetto durante la sua carriera, ma la palla viaggia, sempre profonda. Ferrer però reagisce e domina terzo e quarto set.
Sembra la classica partita in cui il top 10 rimonta la giovane promessa. E invece no, la storia è diversa. La personalità di Nishikori, così come la sua capacità di vincere al quinto set, si palesano con forza. Sul 6-5 nel parziale decisivo, Ferrer va al servizio e soccombe al dritto di Nishikori che, con coraggio, spinge su tutti i colpi. Kei si butta in terra con i pugni verso il cielo. È la vittoria che lancia la sua carriera, la prima su un top10
Come detto, Nishikori non arriva all’improvviso. Al Queen’s, pochi mesi prima, aveva tolto un set a Nadal, poche settimane dopo vincitore a Wimbledon. E il primo titolo ATP era giunto a febbraio, dalle qualificazioni, a Delray Beach in finale contro James Blake, all’epoca numero 12 al mondo. E Kei, in quel febbraio del 2008, era alla piazza 244. Ma questo successo newyorchese è fragoroso, riempie i titoli dei giornali, negli Stati Uniti e non.
Best ranking di numero 4, la carriera di Nishikori rientra totalmente, ahi lui, nell’epoca dei Fab4, ed è un piccolo, sottovalutato, capolavoro. Perché il fisico non è da campione. Il suo corpo è fragile, cede spesso. Il gomito, la schiena, l’anca. A volte deve fermarsi per settimane, altre volte per mesi o addirittura per un anno intero.
Nonostante ciò in bacheca ci sono 12 titoli ATP e complessivamente 27 finali, tra cui quella del 2014 a New York, sconfitto da Marin Cilic. Ma sono altri i dati che fanno capire ancor di più il livello di Nishikori quando era al top.
Le vittorie sui top 10 in carriera sono 40 su 139. Il 29%.
Nel 2011 Djokovic, che avrebbe chiuso l’anno con il sensazionale di record di 70 vittorie e 6 sconfitte, fu preso a pallate da Nishikori nel terzo set della semifinale di Basilea: 6-0. Le vittorie su Federer sono 3, 2 su Nole, 2 su Nadal. Proprio contro Rafa nel 2014 gioca la finale di Madrid. Va avanti 6-2 4-2 giocando un tennis da fantascienza, prima di bloccarsi per la schiena. E, forse, per la tensione. Nadal durante lo speech si lancia andare a un “io ho preso il trofeo in mano, ma avrebbe dovuto vincere lui”.
Il suo capolavoro mancato è lo US Open del 2014. Dagli ottavi alla semifinale supera Raonic, Wawrinka e Djokovic, rispettivamente numero 6, 4 e 1 al mondo. Gioca un tennis celestiale. In finale però, contro Cilic, non ne ha più. Forse ancor più mentalmente che fisicamente. Cede 6-3 6-3 6-3 in quella che rimane la sua unica finale Slam. A New York raggiungerà la semifinale altre due volte: nel 2016 superando al quinto Murray e nel 2018 prendendosi la rivincita con Cilic
Quando stava bene, come detto, era quasi ingiocabile sulla lunga distanza. 72% di match vinti al set decisivo in carriera e un record impressionante nei quinti set: 29 vinti e 8 persi. 78,4%. Follia pura.
La prima vittoria in 5 set su proprio con Ferrer a New York nel 2008. L’ultima è del 2025, 17 anni dopo, contro Thiago Monteiro a Melbourne. Nota di colore, anzi tricolore. Tra quegli 8 match persi al quinto set dal giapponese, ve ne sono due contro italiani. Andreas Seppi a Wimbledon nel 2013 e Stefano Travaglia a Parigi nel 2020.
La carriera si chiude a Tokyo, pochi giorni fa, a casa sua, là dove ha vinto due volte. Due finali contro Raonic che ebbi la fortuna di commentare per Supertennis. Una chiosa poetica, come la sua meravigliosa carriera. Sottovalutata. Tanto. Troppo. Grazie ancora Kei, ci hai fatto davvero divertire.
