È la domanda che circola nei corridoi di Flushing Meadows, che popola le redazioni dei giornali, accende i dibattiti social e arricchisce le chiacchiere da bar. C’è chi pensa sia impossibile e chi crede nella magia di uno sport che non finisce mai di stupire. Risposte giuste non ce ne sono, solo ipotesi. Carlos Alcaraz può veramente vincere lo US Open 2026? Andiamo con ordine.

Il grande interrogativo: come sta il polso?

Il numero 3 del mondo rientra a New York dopo quasi 140 giorni di assenza. L’ultimo match, giocato sul rosso di Barcellona contro Otto Virtanen, sembra un’epoca fa. L’infortunio al polso destro ha tenuto il murciano ai box per più di quattro mesi e il suo ritorno, seppur tanto atteso, ha destato lo stupore di tutti. L’articolazione radiocarpica è forse il punto più delicato per un tennista. Tornare in campo senza considerare i giusti tempi di recupero potrebbe avere un effetto altamente indesiderato. Alcaraz ovviamente sembra aver calcolato tutto meticolosamente e, seppur non in forma scintillante, è sembrato a suo agio nei match di allenamento contro Fils e Merida. La condizione fisica sarà il primo fattore che influirà sull’andamento del suo cammino nel torneo. Se Carlitos starà bene, allora dipenderà solo da quanto velocemente riuscirà a ritrovare ritmo gara, sensibilità e condizione. Se il polso farà nuovamente crack, i problemi potrebbero essere addirittura più gravi rispetto ad aprile.

La storia contro Carlitos

Le statistiche sono tutte contro Carlitos. Nell’era Masters (dal 1990) nessun giocatore è mai riuscito a vincere lo US Open saltando sia il ‘1000’ di Montreal/Toronto sia Cincinnati (l’unico precedente risale al 1978 con Jimmy Connors, ma a quei tempi il torneo in Ohio si disputava a sulla terra a luglio). Se c’è qualcuno che può annoverare per la prima volta il suo nome in tale statistica, quel qualcuno è proprio Alcaraz. Le sue qualità sono indubbie, il talento neanche a dirlo, ciò che più preoccupa — oltre alla salute fisica — è la fretta di voler tornare subito ai “suoi” livelli senza il giusto adattamento. Sette titoli Slam, per quanto siano numeri da capogiro a 23 anni, non fanno del murciano un marziano e anche per uno come lui, che volteggia la racchetta a 200 km/h come un normale essere umano beve un bicchiere d’acqua, servirà ritrovare ritmo e fiducia. Nel doppio misto con Serena abbiamo avuto un piccolo assaggio, la sua vera condizione verrà fuori al primo turno contro Roman Safiullin. Un ingresso morbido (sulla carta), ma che potrebbe riservare diverse spiacevoli sorprese. Rientrare in uno Slam, giocando sui cinque set, con temperature torride, caldo umido, senza aver giocato un singolo match da oltre quattro mesi, sarà un fattore. Se non dovesse esserlo, Carlitos confermerà ancor di più quanto già non sia noto: il tennis lui ce lo ha nelle vene.

Sinner fuori, la pressione è tutta per lui

Per un giocatore che ha vinto sette volte un titolo Major, completando il Career Grand Slam proprio quest’anno all’Australian Open, la pressione è questione di tutti i giorni. Carlos sentirà il peso di dover tornare subito a dimostrare di essere il migliore? Difficile. Già dai primi anni di carriera ha dimostrato di essere altamente sprezzante alla questione. Non a caso è il più giovane numero 1 della storia del tennis. Il forfait di Jannik Sinner, un altro che con la pressione va a nozze, ha però sicuramente spostato l’occhio del ciclone tutto sul murciano. L’azzurro si sarebbe presentato a New York come grande favorito, l’uomo da battere. Carlos come l’antagonista pronto a tornare in auge. In un attimo tutto si è sovvertito. Jannik rimarrà in Italia per proseguire la riabilitazione al J|Medical, mentre Alcaraz proverà a riconquistare la Grande Mela. Il focus, quindi, è tutto su di lui. È stato fuori quattro mesi, media e fan gli stanno restituendo tutto ciò che ha mancato in questa finestra temporale. Lontano dai riflettori Carlos ha anche ammesso di aver ritrovato un po’ di respiro. A Flushing Meadows è tornato sotto gli occhi di tutti. Quando la pallina scotta, il murciano si esalta. Ma la paura di dover difendere quel titolo conquistato l’anno scorso, mentre il mondo è pronto a darti del “finito” al primo passo falso, potrebbe risultare fatale. È un’impresa da campioni. Un’impresa da Alcaraz.

A New York per vincere

Nessuno sa se Carlos riuscirà a vincere lo US Open. Probabilmente neanche lui, né suo fratello Alvaro né Samuel Lopez. In fin dei conti, anche se non dovesse arrivare la difesa del titolo, Carlitos farebbe tesoro di tutti quei minuti passati in campo, i primi dal 14 aprile. Per un giocatore qualsiasi già superare i primi turni sarebbe un sogno. Per lui no. Perché se sei Alcaraz, quando entri in un torneo, giochi per vincere. E Carlitos lotterà per tale obiettivo. Il campo ci dirà se sarà pronto o meno. L’importante è partecipare, vedere come sta il polso e organizzare il lavoro futuro con raziocinio. Aria fritta: parole che a Murcia non vengono neanche ascoltate. Nella mente dell’iberico c’è solo il trofeo.