Il ritorno di Carlos Alcaraz a US Open è stato prepotente, sotto ogni punto di vista: tecnico, agonistico, mediatico e, a quanto pare, anche “politico”. Oltre ad essere tornato a spadroneggiare sul rettangolo di gioco grazie ad un tennis sempre più convincente match dopo match, e nelle press conference dove si è soffermato non solo su se stesso ma anche sulla delicata questione del calendario e della salute affermando che in futuro giocherà “di meno” prendendosi delle pause per non finire stritolato dalla fatica, il campione di Murcia ha fatto un passo importante anche per quanto riguarda la delicata questione della rivendicazione dei giocatori contro i tornei dello Slam in merito ad una insufficiente redistribuzione degli enormi compensi generati dai quattro principali eventi dell’anno. Carlos infatti, secondo quanto riportato dall’autorevole quotidiano britannico The Times, avrebbe deciso, alla vigilia di US Open, di uscire dal gruppo di giocatori e giocatrici che hanno promosso un’azione contro i tornei dello Slam chiedendo a gran voce un aumento della quota dei ricavi, condizioni migliori, piani pensione adeguati e anche una voce più presente nei processi decisionali.
La questione della redistribuzione dei premi nei tornei del Grande Slam ha subito una svolta importante in occasione del quarto e ultimo Major della stagione a New York, grazie al consistente aumento del montepremi di US Open che ha raggiunto la cifra record di 108 milioni di dollari (circa 92,5 milioni di euro), e parallelamente, con la creazione di un Consiglio dei giocatori, con l’obiettivo di confrontarsi su diversi temi, tra cui proprio quello del prize-money, che aveva provocato la protesta di una parte dei migliori giocatori del mondo prima del Roland Garros e di Wimbledon. L’istituzione di un nuovo organo collegiale rappresenta una vittoria almeno parziale quindi per i giocatori che, guidati dai n.1 ATP e WTA Sinner e Sabalenka e apparsi assai compatti, hanno inviato nei mesi scorsi più missive ufficiali alle direzioni degli Slam chiedendo di esser ascoltati e maggiormente ricompensati, essendo loro il vero “motore” dell’intera giostra.
Per questo è piuttosto sorprendente che Alcaraz abbia deciso, al suo arrivo a New York, di comunicare agli altri giocatori la sua nuova posizione, prendendo le distanze dalle rivendicazioni da tempo sul tavolo. Sempre secondo The Times, il suo agente Albert Molina non avrebbe partecipato a una riunione alla quale erano presenti una quindicina di agenti dei migliori giocatori e giocatrici del circuito ATP e WTA, altro passaggio particolare che di fatto defila Carlos dai colleghi a livello “sindacale”.
Una scelta particolare, ancor più dopo quanto da lui affermato dopo la vittoria su Paul negli ottavi di finale a US Open, una secca presa di posizione contro un calendario troppo esigente che tra ranking e bonus di fine anno pressa i giocatori a competere moltissimo, per un ritmo complessivo ormai diventato insostenibile. “Non esiterò prendermi lunghe pause, è diventato impossibile giocare tutti i tornei obbligatori richiesti dall’ATP. Vediamo molti giocatori infortunarsi o arrivare esausti. Se non faranno nulla per cambiare questa situazione, in futuro ne vedremo ancora di più” ha affermato Carlos. Parole che indicano una chiara critica alla gestione del sistema. Per questo è singolare la sua decisione di defilarsi dai colleghi, in lotta congiunta su argomenti simili.
