Nell’elettricità fragorosa e indisciplinata dell’Arthur Ashe Stadium, è una sorpresa la calma di Carlos Alcaraz. A 139 giorni dall’ultimo match, costatogli l’infortunio al polso destro, quello ritrovato allo US Open non è ancora il Carlitos versione matador, ma un giocatore motivato, maturo e soprattutto consapevole dei propri punti di forza e, oggi più che mai, dei propri limiti. L’emozione, la gioia di essere di nuovo in campo, le esultanze e qualche inevitabile colpo di genio non mancano, ma è tutto dosato. Perché Alcaraz sa di essere lontano dalla sua versione migliore: quella che straripa, che vuole sempre fare qualcosa in più, che si diverte quasi quanto fa divertire chi lo guarda. Oggi i presupposti per quel tennis non ci sono ancora e dunque la missione si riduce all’obiettivo vittoria. Possibilmente mettendo minuti nelle gambe, ritmo nella racchetta e continuando ad ascoltare ogni segnale proveniente dal polso.

Una sufficienza piena, niente di più

Con questa premessa, la prova dell’ex numero 1 del mondo contro Roman Safiullin, regolato 6-4 6-4 6-4 in 2 ore e 22 minuti, merita almeno la sufficienza piena. Definirla una grande prestazione sarebbe un insulto in primis al diretto interessato: lo si può concedere giusto all’intervistatrice del torneo, che per mestiere ha anche l’obbligo di cavalcare il momento. Le fiammate di dritto, qualche risposta fulminante e un paio di invenzioni nell’approccio a rete non sono mancate, regalando ai paganti più di un buon motivo per battere le mani. Sul piano del gioco, però, Carlos ha concesso parecchio, avrebbe potuto concedere ancora di più e contro un avversario diverso avrebbe tranquillamente potuto ritrovarsi a gestire situazioni ben più delicate. Ebbene sì, perché Safiullin, presentato alla vigilia come un possibile ammazzagrandi – nel curriculum vanta vittorie contro Zverev, Rublev, Tsitsipas e lo stesso Alcaraz – ha dato seguito alla brutta prestazione di Winston-Salem, mostrandosi inadeguato praticamente in ogni passaggio chiave del match. Si comincia dal secondo game, quando sbaglia un dritto a campo spalancato che gli avrebbe consegnato immediatamente il 2-0. Si passa per un’altra palla break fallita nel primo set, quindi per il break conquistato in apertura di secondo parziale e restituito ancora prima di tornare al cambio di campo. Più avanti tante scelte tattiche discutibili contro un avversario che alla fine non ha pagato dazio per la ruggine che si portava dietro dal lungo stop.

La lucidità del campione lo salvano da sbavature comprensibili

Associare automaticamente quel possibile break iniziale a un set vinto sarebbe troppo facile, oltre che scorretto. È però evidente che concretizzare anche solo un paio di quelle occasioni avrebbe aperto scenari differenti in una partita nella quale Alcaraz, dato tutt’altro che trascurabile, non ha mai tenuto un turno di battuta a zero. E proprio il servizio, per velocità ed efficacia, è forse il colpo che ha convinto meno. La prima è viaggiata a una media di 181 km/h, circa 14 in meno rispetto alle velocità abituali attorno ai 195 km/h. Un calo che Safiullin ha percepito, provando ad alzare l’aggressività in risposta, seppur con risultati modesti. Più in generale, nell’inerzia della partita Carlos è stato bravo ad accorciare gli scambi prendendosi spesso la rete, ma raramente ha comandato da fondo con l’autorità a cui ci ha abituati. Paradossalmente si è ritrovato a correre più del rivale e anche lì sono emersi alcuni inevitabili ritardi di condizione: fuori timing su diversi rovesci, meno esplosivo nelle ripartenze e talvolta lento e sorpreso quando preso in contropiede, soprattutto dal lato destro.

Sono difetti comprensibili per un giocatore che ha compiuto la coraggiosa scelta di rientrare direttamente in uno Slam, consapevole di essere uno dei pochi a potersi permettere questo lusso. E infatti Alcaraz questa partita la vince altrove: nell’atteggiamento, sempre lucido e composto, e soprattutto nei celebri “pressure point” dove la pressione è stranamente su di lui, ma dimostra di saperne uscire, come testimoniano le cinque palle break sventate. Assumono ancora più valore in una giornata che avrebbe potuto riportare a galla parecchi fantasmi, come ammesso dal murciano stesso: “È stata una giornata bella quanto difficile. Ero davvero, davvero nervoso. Non so quanto si sia notato da fuori, ma quando ho iniziato il match ero molto teso. Però proprio per questo voglio godermi le partite: sono venuto qui per divertirmi”.

È qui che si misura il vantaggio tattico e mentale che Alcaraz, accompagnato da qualche fiammata di grande spessore, può ancora vantare su buona parte della concorrenza anche quando il suo tennis migliore è lontano. Allo stesso tempo, però, qualche campanello d’allarme resta acceso in vista delle prossime partite, a cominciare dal secondo turno contro Jaime Faria. Eppure proprio la sfida con il portoghese, ed eventualmente quella di terzo round contro il vincente tra James Duckworth e Yibing Wu, sembrano gli appuntamenti ideali per mettere altro tennis nelle gambe prima del primo vero scoglio del torneo. Agli ottavi, verosimilmente, potrebbe esserci uno tra Tommy Paul e Alexander Bublik. E lì qualche fiammata estemporanea e il semplice fatto di chiamarsi Carlos Alcaraz potrebbero non bastare più.

Il polso non ha fatto male, ma niente dettagli

“Non mentirò, avevamo ancora dei dubbi prima del match. Non sapevamo se avrei potuto giocare quattro o cinque set. Però mi concentro su ciò che dipende da me. Per me sono stati mesi tosti ed è stato speciale tornare a competere. Me la sono goduta il più possibile: da adesso il tennis può migliorare e sono sicuro che sarà così”, ha raccontato Carlos, perfettamente consapevole di quanti passi possa ancora compiere per riavvicinarsi alla sua versione migliore. Sulle condizioni del polso, invece, preferisce non sbilanciarsi. Quando vengono pronunciate parole come tendini o legamenti, resta volutamente sul vago: “Adesso non fa male, mi sono sentito benissimo in campo. Ho avuto l’impressione di giocare abbastanza normalmente, usando il mio stile. Ovviamente continuerò a curarlo nel corso del torneo. Quando mi sono fatto male a Barcellona ho sentito dolore in un punto preciso e si è rivelato più serio di quanto pensassimo. Tutto qui”.

Fare pronostici, allora, resta complicato. L’Alcaraz visto al rientro contro Safiullin non è chiaramente un giocatore da titolo. Ma chissà che non possa tornarlo strada facendo. Non sarebbe uno scenario così assurdo, soprattutto se, come sostiene, il polso ha davvero smesso di fargli male. Per il momento, però, l’obiettivo non è quello. Ed è forse proprio questa consapevolezza ad aver trasformato il suo ritorno: Carlos affronta ogni partita con l’attenzione quasi maniacale del campione che sa di non potersi permettere di sbagliare un dettaglio, più che con l’esuberanza di chi gioca un tennis talmente bello ed efficace da potersi quasi dimenticare di ciò che accade dall’altra parte della rete.