Il diritto di Carlitos rientra sicuramente fra i colpi più impressionanti del tennis moderno: il confronto con le leggende del passato
La legge di causalità recita che tutto ha un perché, giacché ogni azione produce un suo diretto effetto. Se in tempi lontani Aristotele ne lodava i principi, assai più tardi David Hume riduceva il tutto alla semplice successione degli eventi. A rendere giustizia al pensatore greco basterebbero tuttavia le immagini della finale consumata l’altro ieri a Vienna. In particolare quelle del dritto devastante brandito da un Carlos Alcaraz tornato finalmente al suo lavoro in piena salute. Un colpo che, un secolo fa, Tilden, Perry e Kramer disegnavano con un ampio gesto plastico, sorretto da un piazzamento a forbice che ne causava un impatto arretrato, limitando lo slancio del complesso busto-spalle in fase di ritorno. A snellire il piazzamento ci avrebbero pensato, negli anni ’60, prima Frank Sedgman e poi Pancho Gonzales, mentre poco più tardi anche la nidiata composta da Laver, Emerson, Rosewall e Hoad avrebbe avvertito l’impellenza di un più agevole approccio, favorendo una maggiore velocità di palla.
A sganciare completamente il gesto e avviare i piedi a una più naturale mobilità ci avrebbe pensato, negli anni ’70, un atleta di prim’ordine come Jimmy Connors, seguito a breve da Bjorn Borg e Super Mac, mentre successivamente Agassi, Sampras e Courier avrebbero fatto dell’impatto tra bacino e spalle la molla giusta per innescare l’effetto inebriante della pressione. E via di questo passo, fino al dritto meravigliosamente ‘aperto’ lasciato dai Fab Four in eredità a un simpatico spagnolo dell’alta Murcia che lo utilizza per demolire i suoi malcapitati avversari. Un dritto a braccio steso che muovendosi alla velocità del fulmine percorrendo un perfetto angolo piatto si avventa sulla palla senza smarrire un grammo dell’energia necessaria. Un dritto efficace oltre ogni previsione tecnica, pronto per divenire oggetto di studio della moderna balistica.
Che ne sarà ora del diritto? Quale soluzione potrebbe mai impugnare il suo diretto esecutore per solleticare ulteriori effetti benefici? Difficile dirlo. E’ infatti un colpo talmente estremo, quello in questione, da suscitare forti dubbi circa una sua ulteriore evoluzione. Null’altro che supposizioni, naturalmente. Nessun altro colpo somiglia come questo al suo diretto manovratore, e che il continuo rincorrersi del principio ‘causa/effetto’ ha trasformato in uno specchio dei tempi. Se quello plastico di Bill Tilden vestiva di bianco e profumava di sofisticata brillantina, quello di Alcaraz abbonda di istinto aggressivo, ha barba incolta, e talora veste improbabili canotte multicolore. Forse anche in questo il principio causa-effetto ha voluto dire la sua. Poco importa, così va il mondo.
