“Il titolo Slam era l’unica cosa che mi mancava veramente, avendo già vinto tornei di ogni livello, dalle ATP Finals all’oro olimpico. Ora posso rilassarmi un po’, ma l’ambizione non scompare, perché mi diverto ad allenarmi e a sforzarmi fisicamente. Se non lo faccio, ad esempio in vacanza, Sophia (Thomalla, ndr) impazzisce, perché dopo due giorni torno subito in palestra”. Così Alexander Zverev nella particolare chiacchierata concessa a Knossi, streamer e conduttore televisivo tedesco. In giro su una DeLorean, come vuole il format ideato dallo youtuber, Sascha si è raccontato a 360 gradi, svelando tante diverse sfaccettature di sé e della sua carriera. Dagli inizi all’oro olimpico, passando per le Finals, il tanto agognato titolo Slam conquistato al Roland Garros e la sua fondazione.

Il titolo Slam e l’oro olimpico

Proprio dal successo di Parigi, il numero 2 del mondo ha iniziato il suo racconto: “Fino al momento della vittoria non è stata una bella giornata, perché avevo dentro di me stress e panico. Durante tutto il torneo avevo gestito bene i nervi, anche quando Sinner e Djokovic erano usciti ed ero diventato il favorito. Ma il giorno della finale non ho quasi dormito. Durante il riscaldamento mi sentivo un principiante sul campo: non avevo sensibilità nel corpo, perché ero nervosissimo e teso. Sapevo che era una finale che dovevo vincere, contro Flavio Cobolli, che è un ottimo giocatore, ma sentivo che dovevo portarla a casa. A 29 anni la pressione era massiccia, perché non sai quante altre occasioni avrai. Quando ho vinto, però, tutto è scivolato via e sono rimasti solo gioia e sollievo”.

Una gioia immensa, che non ha però raggiunto la soddisfazione dell’oro olimpico conquistato a Tokyo 2020. “Le sensazioni sono simili, ma l’oro olimpico è stato quasi più speciale — ha ammesso —. Non so spiegarlo, ma il sentimento è stato più intenso, forse per l’atmosfera del villaggio olimpico, il vivere nella casa tedesca e il supporto dell’intera nazione”.

Gli inizi nel tennis

Riavvolgendo il nastro, il gigante di Amburgo è poi ripartito dai suoi inizi nel mondo del tennis. Una scelta, quella della racchetta, dettata da un amore folgorante nato già da bambino: “I miei genitori hanno fatto di tutto perché provassi altri sport, come il calcio o l’hockey, ma sono nato su un campo da tennis. Ho iniziato a correre con una racchetta appena ho imparato a camminare. Volevo fare il tennista perché lo faceva mio fratello e volevo essere migliore di lui”.

Zverev non è sempre stato “il migliore”, ma la costanza e la perseveranza hanno poi dato i loro frutti nel corso della carriera: “A 12 anni ho vinto i campionati tedeschi e ho iniziato a disputare i primi tornei europei. Non ero il migliore. C’erano altri, come Rublev, che erano molto più forti di me. Io ero il numero 6 o 7 in Europa. Poi, a 15-16 anni, ho avuto un balzo di crescita e sono diventato il numero 1 al mondo Under 18. A 17 anni ho raggiunto la semifinale ad Amburgo e sono entrato tra i primi 120 al mondo”.

Dai Big Three ai Sincaraz

Il tedesco ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di poter giocare contro i Big Three, mentre ora si confronta con la nuova generazione rappresentata da Sinner e Alcaraz. Avversari diversi, per partite impegnative e spigolose, ma ricche di spettacolo e adrenalina.

“Con Roger Federer ho un bilancio positivo: lui giocava veloce e io riuscivo a giocare ancora più veloce di lui, cosa che lo infastidiva — ha affermato Sascha —. Nadal, all’inizio, era troppo forte fisicamente per me, ma dai 23-24 anni ho iniziato a batterlo spesso. Contro Djokovic sono sempre battaglie incredibili. Sinner mi piaceva affrontarlo in passato, ma recentemente ho perso molte volte, perché ha migliorato incredibilmente il servizio, diventando una potenza. Con Alcaraz è sempre un piacere giocare: i match sono battaglie durissime e bellissime”.

Il recupero dall’infortunio

Un punto cruciale della sua carriera è stato il grave infortunio alla caviglia destra, con la rottura di ben tre legamenti laterali, durante la semifinale contro Rafael Nadal al Roland Garros 2022. Un momento di grande paura, dal quale il tedesco è riuscito a tornare ancora più forte: “È stato mentalmente brutale. I medici non potevano garantirmi che sarei tornato a giocare a questo livello. Dopo il rientro, per sette mesi non ho vinto nulla: perdevo al primo turno contro avversari contro i quali non avrei mai pensato di perdere. In quel momento ho davvero pensato fosse finita”.

La fondazione per il diabete

Sascha ha sempre riservato particolare attenzione alla cura del proprio corpo. Fin da bambino soffre di diabete e, nel 2022, ha fondato la Alexander Zverev Foundation, che ha come obiettivo quello di aiutare i bambini e i giovani affetti da questa patologia, in particolare nei Paesi in via di sviluppo. “Ho il diabete da quando avevo quattro anni e molti dicevano che non avrei potuto praticare sport ad alto livello — ha raccontato —. Con la fondazione vogliamo creare consapevolezza e mostrare che con il diabete si può ottenere tutto. Aiutiamo oltre 1.200 bambini all’anno in regioni come l’Africa, l’Asia e il Sud America, fornendo insulina e test per permettere loro di sopravvivere”.