Sul numero di settembre-ottobre, Potito Starace si racconta a Gabriele Medri

foto Archivio Il Tennis Italiano

Potito Starace, best ranking da numero 27 Atp e per anni colonna della nostra squadra di Coppa Davis, è protagonista di un’intervista all’interno del nuovo numero de Il Tennis Italiano. Attualmente responsabile del settore agonistico del Circolo del Foro Italico, a Roma, Poto è originario di Cervinara, comune in provincia di Avellino e non, come erroneamente indicato nel testo, in provincia di Benevento. Ci scusiamo per l’imprecisione geografica e ne approfittiamo per pubblicare uno stralcio della bella intervista di Gabriele Medri.

Potito, come e quando hai iniziato a giocare a tennis?

Il mio approccio al tennis è stato quasi naturale, dettato dal fatto che mio nonno Potito, da cui prendo il nome, aveva comprato un piccolo circolo con due campi proprio di fronte a casa mia, che con la mia famiglia ancora possediamo e che abbiamo fatto crescere negli anni. Da piccolo giocavo a calcio, anche perché mio papà, calciatore, allenava e gestiva una scuola calcio, ma mi trovai subito molto attratto dal tennis e mostrai una buona propensione. Mi alzavo la mattina e dalla finestra della camera da letto vedevo i campi del nostro circolino proprio sotto la montagna, e per me l’attrazione era qualcosa di irrefrenabile, anche se nelle nostre zone il tennis non era popolare come oggi. Il mio primo maestro, Antonio Panaro mi aiutò a muovere i primi passi su questi campi, gli stessi sui quali insegnano i miei fratelli Francesco e Gianluca, Tecnici Fitp, e sui quali d’estate svolgo alcuni stage destinati agli agonisti che arrivano da tutta Italia per perfezionare la propria tecnica e alzare il livello di gioco anche a livello tattico e strategico.

Ti sei spostato subito da casa o hai continuato ad allenarti nel circolo di famiglia? Oggi la tendenza è quella di tenere i ragazzi vicini al proprio ambiente familiare e aiutare il maestro nel processo di evoluzione del giocatore.

Mi sono spostato a Benevento all’incirca a 12 anni, sotto la guida del maestro Antonio Leone, con il quale vinsi la Coppa Porro Lambertenghi per poi spostarmi al Centro Tecnico Federale di Cesenatico guidato all’epoca da Tomas Smid. Ero troppo giovane e non ancora pronto per affrontare il peso della lontananza da casa e i carichi di lavoro ai quali venivamo sottoposti. La mia esperienza in Romagna durò poco e me ne tornai presto a casa. Dopo qualche tempo mi spostai a Napoli, dove trovai una vera guida, quello che considero il maestro a cui devo la mia evoluzione tennistica ma soprattutto la mia crescita a livello umano e personale, Alberto Sbrescia, una figura a cui sono stato sempre molto legato sino alla sua scomparsa. Crescendo di livello ho iniziato a girare per il circuito Satelliti–Futures, raccogliendo buoni risultati a partire dai 17 anni, nonostante qualche stop dovuto a una malattia diagnosticata proprio in quel periodo.

La versione integrale dell’intervista è pubblicata sul numero di settembre-ottobre della rivista. Per info e acquisti CLICCA QUI