Il circuito femminile sta rischiando grosso: il quadro economico è tutt’altro che roseo, e come spiegato da Simon Briggs dal Telegraph, se l’attuale ritmo delle perdite dovesse proseguire, il tour WTA rischierebbe di rimanere senza liquidità per il 2027.
I numeri a New York
Dai match tenuti allo US Open 2026 nell’arco delle ultime due settimane, il circuito ha pubblicato dei dati, secondo cui, alla fine di quest’anno, dovrebbero rimanere solo 15 milioni di dollari (circa 12,9 milioni di euro). Inoltre, le perdite operative previste per il 2026 ammontano a 23 milioni di dollari (circa 19,7 milioni di euro), una tendenza che porterebbe i conti WTA in rosso entro l’autunno del 2027.
La sfida è tutta di Valerie Camillo, la nuova presidente della WTA dopo il subentro a Steve Simon, storico chairman fino al 2025. Camillo ha dato un’ottima impressione nei suoi primi mesi, ma eredita una struttura che necessita di una revisione totale. Come per ogni mandato di gestione di questa portata, per vedere i frutti di un cambio di rotta, c’è bisogno di tempo, più di quello a disposizione. In linea con i numeri citati, sono previsti ingenti tagli alle spese nei prossimi 12 mesi.
Le WTA Finals
Una grossa fetta del deficit di cassa del 2026 è dovuta alla risoluzione anticipata dell’accordo triennale tra la WTA e l’Arabia Saudita per ospitare WTA Finals a Riyadh.
Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita ha provato a inserirsi prepotentemente nel mercato sportivo globale, soprattutto andando alla caccia di calciatori di nome e attirando gli eventi degli sport ‘itineranti’ (tennis, Formula 1). Questa operazione è da molti definita ‘sportwashing‘, ovvero un modo per nascondere gli aspetti problematici della società araba in tema di diritti umani con una scintillante vetrina di spettacolo e lusso.
È in questo senso che la WTA, ovviamente più sensibile ai temi sociali che riguardano la popolazione femminile, ha deciso di recidere i legami con l’Arabia Saudita, ma non solo. Come dichiarato da Camillo ai tempi della decisione di spostare le WTA Finals 2026 da Riyadh a Indian Wells, California (sede dei WTA e Masters 1000), il mercato statunitense contiene il più grande margine di crescita commerciale per la WTA. Gli spalti saranno probabilmente più pieni a Indian Wells che a Riyadh, ma questo potrebbe non bastare a chiudere in attivo un evento che, senza i soldi arabi, sarà finanziato in larga parte dalla stessa WTA.
Il fondo
I problemi non sono finiti: un’altra difficoltà per il circuito femminile è rappresentata dalla fine delle entrate provenienti da CVC, un fondo di private equity, già in partecipazione con la Formula 1 e il Sei Nazioni di rugby. Nel 2023, la WTA ha ceduto a CVC il 20% delle proprie attività commerciali, in campo di 150 milioni di dollari distribuiti nell’arco di cinque anni. Una manovra con una prospettiva evidentemente a breve termine, e che terminerà di dare i suoi frutti proprio nel 2027, nel momento dell’ultima tranche da 30 milioni di dollari annuali.
Parità di montepremi
La grandezza della fetta di guadagni riservata a giocatrici e giocatori di tennis professionisti è un tema molto discusso, soprattutto per quanto riguarda gli Slam. Le polemiche recenti tra la componente giocatori e i quattro Major, in questo caso, non sono il vero tema centrale. Gli Slam infatti fanno eccezione: sono infatti gli unici tornei ad offrire lo stesso montepremi sia alle donne che agli uomini.
Nel resto dell’anno, anche per quanto riguarda i tornei combined (ovvero quelli che ospitano sia la competizione femminile che maschile), i premi per le giocatrici sono minori rispetto a quelli per i giocatori, seguendo le logiche di mercato che valutano il prodotto ATP molto di più di quello WTA. In particolare, nei tornei combinati come Miami, Madrid o Indian Wells, le giocatrici ricevono soltanto circa il 40 per cento di quanto ricevono gli uomini.
Come rivelato dal Telegraph Sport, la WTA stava investendo 25 milioni di sterline di tasca propria per colmare questa differenza, altra strategia non destinata a durare nel tempo, visto che il buco non si sta rimarginando, e la toppa non può crescere più di così. Il fondo per le WTA Finals, appunto, dovrebbe essere inferiore di circa un terzo rispetto all’edizione dello scorso anno tenuta nella capitale araba.
Soluzione difficile
Una possibile soluzione ai problemi attuali della WTA sarebbe quella di cedere un’altra quota delle proprie attività commerciali a un fondo di private equity, ma qualsiasi potenziale investitore potrebbe essere scettico riguardo al possibile ritorno sul proprio investimento.
Nel caso di CVC, il fondo era interessato alla proposta di fusione commerciale tra WTA e ATP, all’interno di una nuova organizzazione congiunta denominata “Ventures”. Il progetto, però, si è arenato per diverse ragioni. L’enorme differenza tra la salute finanziaria dei due circuiti significava che alla WTA veniva chiesto di accettare una divisione 80-20 per cento degli asset esistenti. A questo si sarebbero aggiunti considerevoli costi di avviamento.
La WTA si trova quindi a corto di liquidità proprio nel momento in cui le principali giocatrici stanno facendo pressione sui quattro Slam affinché aumentino i montepremi. Sia Wimbledon sia lo US Open hanno risposto aumentando quest’anno del 20 per cento il proprio montepremi.
