Alexander Zverev ha lasciato gli US Open 2026 con il trofeo, ma anche con una curiosa polemica destinata probabilmente a non esaurirsi rapidamente. Al centro della discussione c’è la lunghissima routine al servizio del tedesco e, in particolare, ciò che accade dopo una prima palla sbagliata.

Durante il torneo di New York è diventato sempre più evidente quanto Zverev ami far rimbalzare a lungo la pallina prima di iniziare il movimento di battuta. In alcune occasioni si è arrivati a circa 20-25 rimbalzi. Secondo un conteggio diventato virale durante il torneo, nei primi cinque incontri il tedesco avrebbe superato addirittura i 12.000 rimbalzi complessivi. Non si tratta però di una statistica ufficiale dello US Open, ma di una stima circolata durante il torneo.

La questione più interessante riguarda però il regolamento.

Prima della prima di servizio esiste infatti lo shot clock di 25 secondi: il giocatore deve iniziare il punto entro il tempo previsto. Dopo una prima di servizio sbagliata, invece, non esiste un nuovo cronometro di 25 secondi. Il regolamento stabilisce sostanzialmente che la seconda debba essere eseguita senza un ritardo ingiustificato, lasciando quindi all’arbitro la valutazione della situazione.

Ed è proprio qui che la particolare routine di Zverev ha fatto emergere una zona grigia.

Il tedesco può infatti iniziare a far rimbalzare la pallina dopo la prima sbagliata e proseguire la propria preparazione per diversi secondi, senza avere davanti a sé un vero shot clock visibile come quello utilizzato tra un punto e l’altro.

Ben Shelton non ha nascosto il proprio fastidio dopo la finale degli US Open. L’americano ha spiegato che durante l’incontro gli era stato chiesto dall’arbitro di essere pronto più rapidamente per rispondere, mentre dall’altra parte Zverev poteva iniziare la sua lunga routine. Shelton ha quindi chiesto l’introduzione di un limite più preciso anche tra prima e seconda di servizio.

Una posizione condivisa anche da Andy Roddick. L’ex numero uno del mondo ha sottolineato come il problema non sia tanto Zverev, che sfrutta ciò che attualmente gli consente il regolamento, quanto la mancanza di una regola più specifica. Secondo Roddick sarebbe opportuno introdurre uno shot clock anche per la seconda palla, evitando routine che possono arrivare a durare parecchi secondi.

Zverev, dal canto suo, ha assicurato che non ci sarebbe alcuna strategia particolare dietro al numero enorme di rimbalzi. Il tedesco ha spiegato di non contarli e di non sapere neppure esattamente cosa lo porti, a un certo punto, a interrompere la routine e lanciare finalmente la pallina.

La vicenda pone comunque una questione interessante per il tennis moderno. Da anni ATP e tornei cercano di ridurre i tempi morti attraverso lo shot clock, ma la fase tra prima e seconda di servizio rimane molto meno rigidamente regolamentata.

La particolare abitudine di Zverev potrebbe così avere involontariamente evidenziato un aspetto del regolamento destinato a essere discusso nei prossimi mesi.

Perché far rimbalzare la pallina 20 o 25 volte può sembrare soltanto una piccola mania personale, ma quando accade centinaia di volte nell’arco di un torneo il tempo complessivo diventa significativo. E dopo gli US Open 2026 la domanda è ormai sul tavolo: servirà uno shot clock anche per la seconda di servizio?