Le assenze di Jannik Sinner, Novak Djokovic e Carlos Alcaraz dal Masters 1000 del Canada hanno riaperto una questione ormai impossibile da ignorare: l’attuale calendario ATP è davvero sostenibile?

Le ragioni delle tre rinunce non sono identiche. Sinner ha scelto di tutelare la propria salute dopo il trionfo a Wimbledon, Djokovic continua a gestire con attenzione gli impegni, mentre Alcaraz è ancora alle prese con il recupero dall’infortunio al polso destro. La contemporanea assenza di tre grandi protagonisti, tuttavia, evidenzia le difficoltà di una stagione sempre più congestionata.

Il torneo canadese è la vittima più evidente della situazione, ma il problema è strutturale. La stagione occupa quasi tutto l’anno, numerosi Masters 1000 sono stati ampliati e i giocatori vengono spinti a partecipare attraverso obblighi regolamentari e bonus economici. Il risultato è prevedibile: le stelle devono selezionare gli appuntamenti per proteggere il proprio fisico e arrivare nelle migliori condizioni agli Slam.

Andrea Petkovic e Ben Shelton hanno affrontato il tema da prospettive differenti, arrivando però alla stessa conclusione: non si può continuare ad ampliare il calendario senza considerare la salute dei protagonisti.

Petkovic: «Il problema è la durata complessiva della stagione»

Intervenuta nel podcast The Big T, Petkovic ha spiegato che sarebbe riduttivo attribuire le tante assenze in Canada soltanto alla collocazione del torneo dopo Wimbledon. Secondo l’ex giocatrice tedesca, il vero problema è una stagione maschile che si protrae più a lungo di quella femminile e lascia pochissimo spazio al recupero.

«Gli uomini giocano tre o quattro settimane in più. Le donne terminano dopo la prima settimana di novembre e già quella è una stagione assurdamente lunga rispetto agli altri sport», ha osservato.

Nel tennis manca un periodo prolungato durante il quale gli atleti possano realmente interrompere l’attività. Le poche settimane libere devono infatti comprendere vacanze, recupero fisico e preparazione per l’annata successiva.

«Non esiste praticamente nessun altro sport che non garantisca sei oppure otto settimane di riposo. Nel tennis questo periodo spesso non c’è. Bisogna trovare uno spazio per le vacanze e poi iniziare immediatamente la preparazione per la nuova stagione».

La situazione diventa ancora più complicata per chi raggiunge le ATP Finals o deve affrontare successivamente altri impegni, come la fase conclusiva della Coppa Davis. Per questi giocatori la vera pausa può ridursi a pochissime settimane.

«Canada e Cincinnati consecutivi con il formato esteso sono troppi»

Petkovic non considera sbagliata in assoluto la trasformazione dei Masters 1000 in eventi di quasi due settimane. Il problema nasce quando due tornei ampliati vengono collocati consecutivamente in una fase delicata come quella che precede lo US Open.

«Non credo che tutti gli eventi di due settimane siano problematici, ma avere Montreal e Cincinnati consecutivamente con questo formato è troppo. È semplicemente troppo», ha affermato.

Un giocatore reduce dalle fasi finali di Roland Garros e Wimbledon ha bisogno di recuperare prima dello Slam newyorkese. Se Canada e Cincinnati occupano quasi tutto il periodo disponibile, rinunciare a uno dei due appuntamenti può diventare una scelta quasi inevitabile.

Secondo Petkovic, inoltre, le stelle tendono naturalmente a privilegiare il torneo più vicino allo US Open. «Giocatori come Jannik e Novak si chiedono dove troveranno gli avversari contro i quali verificare il proprio livello prima dello Slam. La risposta è Cincinnati, quindi prendono una decisione. È un peccato per il Canada, perché Montreal è un luogo fantastico ed era uno dei miei tornei preferiti».

Shelton difende Sinner e Djokovic

Ben Shelton ha affrontato il tema dalla prospettiva di chi deve convivere quotidianamente con le richieste del circuito. Per lo statunitense, la principale preoccupazione riguarda il continuo aumento degli infortuni.

«Non so quanto possa essere sostenibile l’attuale struttura del Tour. Il problema più importante, per me, sono gli infortuni. Sinner conosce il proprio corpo meglio di chiunque altro, proprio come ogni giocatore», ha dichiarato.

Shelton ha respinto anche l’idea che campioni come Sinner e Djokovic possano rinunciare a un Masters 1000 senza una motivazione concreta.

«Se Jannik e Novak si sentono pronti fisicamente e mentalmente, giocano. Non saltano un torneo senza una ragione».

Il caso del numero uno mondiale è particolarmente significativo. Vincere con continuità significa disputare molti più incontri rispetto alla maggior parte dei colleghi. «Jannik sta vincendo praticamente tutte le partite e il numero di incontri che accumula è altissimo. Come potrebbe partecipare a tutti i tornei? Non credo sia sostenibile».

Lo stesso calendario non comporta lo stesso carico

Il calendario teorico è uguale per tutti, ma l’impegno reale cambia enormemente. Un giocatore eliminato nei primi turni dispone di diversi giorni per recuperare e allenarsi; chi raggiunge costantemente semifinali e finali accumula invece molte più partite e trascorre quasi tutto l’anno in competizione.

Il successo finisce così per produrre una forma di sovraccarico. I migliori vengono richiesti in tutti gli eventi, ma sono anche quelli che trascorrono più ore in campo e che hanno maggiore necessità di dosare gli impegni.

Le rinunce di Sinner e Djokovic non dovrebbero quindi essere interpretate come una mancanza di rispetto verso il torneo canadese. Sono piuttosto il risultato di una programmazione ritenuta necessaria per preservare il fisico e prolungare la carriera.

Obblighi e bonus economici condizionano le scelte

Alla durata della stagione si aggiunge un altro elemento delicato. I Masters 1000 obbligatori sono inseriti in un sistema che prevede incentivi economici legati alla partecipazione e ai risultati ottenuti durante l’anno, anche se il regolamento contempla alcune esenzioni in base all’età, agli anni di attività e al numero di incontri disputati in carriera.

Il problema emerge soprattutto nelle situazioni intermedie: un giocatore può non essere formalmente infortunato, ma presentare stanchezza, piccoli fastidi o segnali di sovraccarico. Rinunciare può comportare conseguenze economiche e sportive; scendere in campo significa invece esporsi al rischio di un problema più serio.

Il sistema può così incoraggiare la partecipazione anche quando competere non rappresenta la scelta migliore per il corpo dell’atleta. Se ogni giocatore conosce le proprie condizioni meglio di chiunque altro, dovrebbe avere la possibilità di gestirle senza subire penalizzazioni eccessive.

Il business sta superando la tutela dei giocatori?

L’ampliamento dei Masters 1000 risponde a una logica commerciale evidente. Più giornate significano più sessioni, biglietti, contenuti televisivi e opportunità per gli sponsor. Dal punto di vista economico, il progetto ha una sua coerenza.

Il rischio è però quello di danneggiare il prodotto che si intende valorizzare. Un torneo più lungo perde attrattiva se le stelle arrivano stanche, si infortunano oppure decidono di non partecipare. La crescita quantitativa del calendario può quindi tradursi in un impoverimento qualitativo dello spettacolo.

Il circuito non può pretendere la presenza costante dei migliori senza garantire loro periodi adeguati di riposo. Il tennis è sostenuto dagli atleti e qualsiasi strategia commerciale deve partire dalla tutela della loro salute.

Dal 2028 arriverà il decimo Masters 1000 in Arabia Saudita

Il dibattito diventa ancora più urgente in vista del 2028, stagione già condizionata dai Giochi Olimpici di Los Angeles e da una necessaria riorganizzazione del calendario.

L’ATP ha già ufficializzato l’introduzione di un decimo Masters 1000 in Arabia Saudita, destinato a debuttare non prima del 2028. Il nuovo torneo dovrebbe inizialmente svolgersi nell’arco di una settimana e, a differenza della maggior parte degli altri eventi della categoria, non sarà obbligatorio.

La sede e la collocazione definitiva devono ancora essere comunicate. Anche con un formato più compatto, tuttavia, l’inserimento di un altro grande torneo imporrà all’ATP di trovare spazio all’interno di una stagione che numerosi giocatori considerano già congestionata.

Non basterà scegliere una nuova data. Sarà necessario stabilire quali tornei mantenere nel formato esteso, individuare autentici periodi di riposo e armonizzare Masters 1000, Slam, ATP Finals, Coppa Davis e Olimpiadi.

Aggiungere un altro appuntamento senza ridurre gli impegni altrove rischierebbe di aggravare una situazione già problematica. La riforma del 2028 dovrebbe essere utilizzata per ripensare il sistema, non soltanto per inserire un’altra manifestazione economicamente redditizia.

Calendario e ricavi fanno parte della stessa battaglia

La discussione sulla programmazione è strettamente legata alla richiesta dei giocatori di ottenere una quota maggiore dei ricavi prodotti dai grandi tornei. Il punto centrale riguarda il peso che gli atleti devono avere nelle decisioni sul futuro del tennis.

Non si tratta soltanto di guadagnare più denaro o ottenere qualche settimana di riposo. I tennisti chiedono una rappresentanza effettiva nelle scelte che incidono sulla salute, sulla durata delle loro carriere e sulla distribuzione della ricchezza che contribuiscono a generare.

Le parole di Petkovic e Shelton si inseriscono in un malcontento sempre più diffuso. Se le richieste individuali continueranno a rimanere senza risposte concrete, il confronto tra giocatori e istituzioni potrebbe diventare ancora più acceso.

Il Canada rappresenta un avvertimento. Quando diversi campioni arrivano contemporaneamente alla conclusione che saltare un Masters 1000 sia la scelta migliore per la propria carriera, il problema non è necessariamente rappresentato dagli assenti, ma dal sistema che li costringe a scegliere.