“Noi tecnici siamo al servizio dei giocatori, ma diventiamo anche un po’ degli amici, un rifugio sicuro dove, quando ci vedono, dicono: ‘Ok, ci siete voi’. L’incordatore è la persona che ti consiglia e ti coccola”. Così Marco Rossani, team manager del Wilson Stringing Team Italy, nell’intervista concessa ai nostri microfoni. Agisce nell’ombra e svolge il suo lavoro meticolosamente, con certosina precisione, perché alla fine, tutto gira attorno alla racchetta: il ruolo dell’incordatore è questo e tanto altro.
Grazie al fondatore di DNA Tennis siamo riusciti a sviscerare i segreti che si celano dietro i grandi dubbi che ogni appassionato si è sempre posto. Quante racchette hanno i giocatori nel borsone? Cosa significa il numero che rappresenta la “tensione” di un’incordatura? Chi sono i più precisi? E i più scaramantici o sensibili?
“Il nostro lavoro è determinante, perché tocchiamo gli strumenti che i giocatori devono utilizzare. Dobbiamo garantire la massima qualità e un certo tipo di servizio — ammette Rossani —. Questo vale per tutti: dall’Under 16 al professionista di alto livello, fino al wheelchair. Tutti gli atleti hanno il diritto di ricevere il miglior servizio possibile. Le competenze vanno messe a disposizione di tutti. Negli ultimi anni è stata percepita molto la differenza tra un tecnico competente e uno improvvisato, tanto che la Federazione Italiana ha istituito una scuola per professionalizzare questa figura”.
Il processo di test e il setup iniziale in un torneo
Processi diversi per ogni giocatore e ripetuti in ogni torneo. L’incordatura è una tappa fondamentale del lavoro di un tennista, sulla quale giocatore, team e staff ripongono la massima attenzione: “Il giocatore arriva con una tensione abituale e un tipo di corda, ma nei primi giorni si crea un rapporto di test per fare la tara sulla percezione che ha di quella macchina e della mano di quell’incordatore. Anche se le macchine sono calibrate e uguali, il giocatore può far preparare tre racchette, ad esempio a 21 kg, 21,5 kg e 22 kg, e testarle per 10-20 minuti, in modo da capire quale resa gli piaccia di più in quel clima e su quella superficie. Quella diventerà lo standard per il torneo”.
Per farla breve: “Una tensione alta conferisce più controllo e direzionabilità. Una tensione bassa dà maggiore propulsione e spinta con meno fatica, perché la corda trattiene la palla più a lungo, per poi rilasciarla carica di energia. La media nel circuito, nell’ultimo anno, si attesta sui 23 kg”.
Il setup e le specifiche di Sinner
Per molti, il suono emesso dalla racchetta del numero 1 del mondo al momento dell’impatto con la pallina è diverso rispetto a quello del resto del Tour. Ed effettivamente, l’altoatesino utilizza una tensione più alta e piuttosto atipica. “Jannik Sinner è speciale — racconta Rossani —. Usa una racchetta con un profilo classico, che non genera spinta, una corda estremamente rigida e di calibro importante e una tensione alta, di 28 kg. A tutti gli effetti ha in mano un fucile da sniper: il setup non è fatto per spingere, ma per avere una precisione millimetrica. La spinta la ricava dal suo gesto tecnico e dalla sua biomeccanica. Una racchetta del genere non sarebbe utilizzabile dalla maggior parte dei giocatori, perché è troppo scompensata: lui riesce a colmare quel gap e ad attivarla. Solitamente porta sei racchette per il match. Non ha particolari esigenze di tempistica e non arriva all’ultimo secondo”.
Non è mancato, ovviamente, il ricordo di un aneddoto riguardante un giovane Sinner, prima della sua ascesa: “Ricordo un giovane Jannik al Foro Italico, un ragazzino con una testa di capelli rossi, taciturno e un po’ introverso. Quando vinse un incontro, siccome all’epoca veniva direttamente lui in sala, mentre oggi viene quasi sempre il suo team o Darren Cahill, decidemmo di smettere tutti di incordare e di fargli un caloroso applauso per complimentarci per il suo talento. Mi ricordo che diventò rosso come un peperone: era imbarazzatissimo, ed è un tratto che gli è un po’ rimasto”.
Mannarino all’estremo opposto
Chi, invece, sceglie una tensione particolarmente bassa, agli antipodi rispetto a Jannik, è Adrian Mannarino: “All’estremo opposto c’è Adrian Mannarino, che incorda a 9 kg. È quasi difficile da incordare, perché la corda è meno tesa che tirandola a mano. Serve una sensibilità estrema per gestire la palla quando la corda è così lenta”.
Le racchette on-court e la sensibilità di Zverev
Rossani ha tenuto a sfatare un luogo comune sulle cosiddette racchette on-court, ovvero quelle richieste direttamente dal giocatore nel corso del match: “Sfatiamo un mito sulla racchetta ‘on-court’, richiesta durante l’incontro. Non deve essere preparata il più velocemente possibile, ma con la stessa ritmica delle altre. Se abitualmente incordi in 20 minuti, devi replicare quel tempo. Se la fai in 11-13 minuti, la corda avrà un assestamento diverso e la racchetta sarà percepita come differente. La velocità non è un requisito, la ritmica sì”.
Rituali e percezioni cambiano da giocatore a giocatore: “È una cosa soggettiva, come per i piloti di Formula 1. Zverev, ad esempio, è molto sensibile alle minime differenze. Spesso in TV dicono che non è contento perché manda racchette ‘on-court’, ma in realtà è un flusso programmato: ne fa preparare una prima del match, una durante il warm-up e altre durante l’incontro. Lui sente anche differenze di 0,1 kg”.
Le scaramanzie dei giocatori
Quanto alla scaramanzia degli atleti, Rossani racconta di averne viste davvero di tutti i colori: “Sulla scaramanzia si arriva al ridicolo. Ho sentito un giocatore dire che gli faceva male il braccio perché un nodo era stato chiuso sulle corde orizzontali invece che su quelle verticali. Altre manie riguardano l’altezza del logo, se debba lambire la quarta o la quinta corda, ma a volte sono indicazioni tecniche del coach per aiutare l’atleta a localizzare il punto d’impatto. Talvolta si percepisce la differenza tra incordatori diversi anche con lo stesso setup: a Wimbledon un giocatore ha sentito la differenza di ‘mano’ senza sapere che la racchetta non l’avevo preparata io”.
Federer, Nadal e Djokovic
Nel corso della sua brillante carriera da incordatore, Rossani ha avuto anche l’onore di conoscere e incontrare i Big Three. La racchetta di Roger Federer rimane l’unica sulla quale non ha avuto la possibilità di mettere le mani ed esercitare la propria arte. “Federer è una leggenda, molto impostato e rigido, pur essendo educatissimo. È l’unico cruccio della mia carriera: non aver mai incordato una racchetta per lui — continua —. Nadal è un pezzo di pane, estremamente socievole con tutti, dai raccattapalle agli incordatori, e tratta ogni persona con grande empatia. Djokovic è molto divertente e socievole. Ho incordato per lui a Wimbledon e durante il Covid. Anche loro, nei tornei, non sono particolarmente pignoli”.
I consigli per gli amatori
C’è chi vuole la racchetta di Sinner, chi quella di Alcaraz e chi, invece, basa tutto sull’estetica. La verità è che la scelta migliore consiste nel considerare tutte le variabili possibili e individuare la racchetta e il tipo di incordatura che si sposino perfettamente con le caratteristiche tecniche e fisiche di chi le utilizza. “L’amatore vive di emulazione: chiede la racchetta di Sinner o di Alcaraz senza conoscerne il modello — afferma Rossani in chiosa —. Il tecnico deve fare un’analisi delle esigenze, non delle aspettative: io posso volere la racchetta di Sinner, ma non essere in grado di usarla. Bisogna capire il formato di telaio adatto, considerando pollici, peso e pattern, e poi scegliere marca o colore. L’obiettivo deve essere avere tennisti sani, che si divertano senza subire danni fisici. Stiamo lavorando molto anche nel settore giovanile per risolvere i problemi fisici legati all’utilizzo di un’attrezzatura sbagliata”.
